E Silvina assentiva con una piccola mossa del capo, e riattaccava i suoi occhi al soffitto.
Allora Silvio si distendeva accanto a lei, posava la testa sul guanciale, avvicinava la gota alla sua gota, e rimaneva in silenzio a respirare il profumo dei capelli d'oro di Silvina, della sua pelle bianca e liscia, dei suoi abiti che ancora odoravano dello spigo che la mamma distribuiva ogni anno nei guardarobe. E così, preso da una vaga malinconia, egli meditava ad una ad una le sue illusioni, l'amore di Silvina, la gioia della povertà, la benevolenza degli uomini, l'avvenire radioso che lo avrebbe compensato ad usura della fede coraggiosa ed ardente con la quale aveva affrontato un destino incerto, e sopportava ora le difficoltà di quell'avviamento alla vita. L'aria imbruniva, e le pianticelle del garofano e della salvia nel vano dell'abbaino diventavano due neri bizzarri arabeschi contro il cielo viola; le rondini in frotte passavano e ripassavano nel rettangolo pallido, salutando con lunghi squilli il sole morente, e le voci lontanissime che salivano dalla strada parevano anch'esse attutite da quell'ombra morbida che circondava ogni cosa. Allora con il cuore traboccante di tristezza Silvio stringeva a sè Silvina, e, impadronendosi della sua bocca, con voce singhiozzante mormorava: Mia! Mia! e non se ne distaccava più, finchè non la sentiva morire fra le sue braccia.
VI.
Io ho spesso orrore di questa crudele passione che mi trascina a risuscitare dal mio passato tante immagini dolorose, e rimescolare tanta tristezza, tanto fango, tanta miseria di cui la sorte volle contaminare le cose più pure, le più sante, le più care della mia vita. Io credo d'essere malato, un poco toccato forse, perchè il piacere che mi dà questo fantasticare so bene che non è cosa naturale, ma è il prodotto di un vizioso pervertimento della ragione, un male che confina con la pazzia. Infatti chi può godere a riaprire con le proprie mani una ferita già chiusa, e a spargerla poi d'aceto perchè il dolore straziante mai non si plachi un momento? Io non ho nessuna colpa da espiare, non posso desiderare la tortura per rigenerarmi, e questa mia crudeltà se si rivolge contro me stesso è ingiusta e vana, ed è triste se si rivolge contro coloro di cui parlo. No: le creature che più ho amato, in cui più confidavo, non hanno saputo darmi alcun bene. Erano per me la personificazione della gioia, della purità, della bellezza, e hanno creato dolore, vergogna, bruttura. Pure esse hanno seguito il loro destino, che era infame così come era disgraziato il mio.
Mia sorella Silvina (è di lei che parlo, di lei piccola sorella mia, triste immagine di mia madre, triste immagine di me stesso) passava la massima parte delle sue giornate nell'inerzia più vuota ad aspettare Silvio. Amava Silvio, Silvina? Voglio credere che lo amasse. Ella si lasciava accarezzare da lui. Era timida, sottomessa, paziente. Come avrebbe potuto essere così docile, così mite, se non lo avesse amato? Silvina amava Silvio, perchè Silvio in ogni suo pensiero, in ogni sua parola, poneva Silvina ad una grande altezza sopra tutte le cose, incominciando da sè stesso, che non si stancava mai di umiliare dinnanzi a lei.
— Il mio posto, le diceva, è ai tuoi piedi. Ti vedo come sopra un trono, tu regina, io tuo schiavo. E le diceva: — Come sei bella, Silvina! Che capelli morbidi, fluidi, dorati! E sono miei, soltanto miei! Io solo li tocco, io solo vi affondo le mani, li sento scorrere tra le mie dita, li accarezzo, li bacio! E le diceva anche: — Come ammiro, Silvina, la forza del tuo carattere, il tuo coraggio, la tua volontà, la chiarezza dei tuoi pensieri! Non sai quanto le altre donne siano deboli, timorose, volubili, sciocche? E infine le diceva: — Tu mi guiderai ed io ti seguirò, sarò la tua forza materiale, quella che manca alla grazia del tuo corpo, alla fragilità del tuo sesso....
E Silvina lo stimava un uomo debole, ma dotato d'una intelligenza superiore. Lo trovava bello, pieno di delicate premure, modesto, e cieco d'amore per lei. Ma le ore erano lente a passare, e Silvina aspettava con impazienza il giorno in cui avrebbe potuto lasciare quella miserabile stanza, in quella miserabile casa, la compagnia insoffribile di quelle masserizie troppo usate, troppo umili, quella grigia uggiosa veduta di coperchi di case, quella distesa di tetti tutti uguali che Silvio invano cercava di abbellire con la sua fervida immaginazione. Ella non osava affrettare questo giorno tanto desiderato, perchè voleva potersi vantare poi di aver fermamente sopportato, per amore, giorni tristi, ore difficili e lamentevoli, il pericolo d'una esistenza scolorita, tutta solitudine, malinconia, rinunzie, privazioni, e persino lo spettro sinistro della miseria e della fame. Bisognava essere un'eroina per affrontare simili eventi, e Silvina se ne vantava già in cuor suo, e pensava che Silvio poteva bene gloriarsi di lei, perchè non tutte le donne sarebbero state capaci di tanto. Per consolarsi, per consolarsi un poco, e anche per piacergli sempre più, per non perdere nulla del suo fascino, ella si pettinava con cura; si incipriava bene bene, si cambiava sempre quei due abiti che aveva portati con sè e si metteva al collo la collana con lo smeraldo che Silvio trovava bellissima. Così, come faceva in casa nostra, anche lassù al settimo piano di quella casa, Silvina passava lunghe ore allo specchio, e sognava gioielli e vesti splendide, con scollature e strascichi, ventagli di piume magnifiche, e nei capelli un diadema.
Il padre e la madre di Silvio erano molto ricchi e non avevano altro figlio che lui. Essi possedevano una grande villa con un grandissimo parco alle porte della città; avevano carrozze, cavalli, servitori in gran numero, ed erano anche molto vecchi. Silvio avrebbe cercato di lavorare, poi si sarebbe stancato. Si sarebbe stancato di quella vita miserabile, di abitare al settimo piano d'una brutta casa, di mangiare poco e mai cose ghiotte, di addormentarsi al lume di una candela, di andare in giro con abiti consumati, e infine di sciupare così la bellezza di Silvina sua, senza che potesse risplendere in alcun modo. Allora le sue manie di libertà, d'indipendenza, sarebbero svanite, ed egli avrebbe pensato di riavvicinarsi alla sua famiglia, avrebbe scritto una lunga lettera al suo signor padre, nella quale gli avrebbe chiesto perdono e si sarebbe esteso assai nel celebrare la grazia, la beltà, la fine educazione, il nobile animo e l'amore di Silvina, pregandolo in ultimo di accoglierla come figlia in casa sua e di benedire la loro felice unione. Poi pensava, Silvina, che Silvio le aveva dipinto suo padre come un uomo di vecchio stampo, rigido nei suoi principi, autoritario e violento... Allora la sua fantasia prendeva il volo per cieli meno sereni, e con freddo cinismo immaginava che, essendo tanto vecchi, il padre e la madre di Silvio avrebbero potuto presto morire, forse erano già morti; la loro carrozza avrebbe potuto rovesciarsi nel fiume mentre facevano la loro passeggiata la sera, o dei ladri, aggredendoli nel parco, avrebbero potuto ucciderli; e così, ogni ostacolo sarebbe scomparso d'un tratto, ed ella, con Silvio, sarebbero andati ad abitare in quella bella villa, avrebbero avuto quelle belle carrozze e quei bei cavalli, tutti quei servitori, e di tutto quanto la padrona era lei.
Ma Silvio, per mezzo di una vecchia nutrice, aveva potuto sottrarre da casa sua alcuni oggetti preziosi suoi personali che nella fretta di fuggire non era riuscito a portare con sè. Rimpinguò così il suo tesoro, che già era esausto, e riprese coraggio nella fiducia incrollabile che l'aiuto da tutti promesso con tanto slancio sarebbe infine venuto a rischiarargli durevolmente la via. Erano già tre mesi che Silvio e Silvina vivevano insieme. Egli s'era fatti alcuni amici, non si sa dove pescati, poichè veramente Silvio non frequentava nessuna speciale categoria di persone, ma tutta gente che incontrava per caso nel suo continuo peregrinare in cerca di lavoro. Egli passava la maggior parte del suo tempo, quando non era con Silvina, da un caffè all'altro, e con pretesti d'ogni genere cercava di entrare in discorso con i suoi vicini di tavolino, interloquiva non richiesto della sua opinione nelle dispute più disparate; sempre nell'intento di dichiarare l'esser suo, di richiamare sopra di sè l'attenzione della fortuna, che può presentarsi sotto l'aspetto di una bella matrona con gli occhi bendati e in equilibrio sopra una ruota, ma può anche assumere le meno classiche sembianze di un commesso viaggiatore, di un diplomatico a riposo, di un vecchio signore vestito a lutto o di un avvocato molto versato in politica. E a tutti diceva alla fine, conducendo abilmente ogni conversazione a quel punto ch'egli non perdeva mai di vista:
— Eccomi qua: io non chiedo di meglio che lavorare. Io non ho falsi pudori, idee preconcette. Sono libero ecc. ecc. E poichè vestiva decentemente e non chiedeva mai un soldo in prestito, si comportava con educazione e riservatezza, era ottimista, di buon umore, simpatico, alla mano e parlava bene, tutti finivano per dire di lui: — Che bravo, che caro ragazzo! — e lo accettavano volentieri come compagno di ozi.