Appunto in uno dei tanti caffè di cui era cliente assiduo e noto, Silvio aveva conosciuto il principe Stroztki. Era un polacco, un diplomatico, dalla figura ridicola ma piena di razza. Aveva quarant'anni, vestiva con ricercatezza, gli piacevano le belle donne e componeva anche dei versi. Il principe portava sempre le mani inguantate di splendidi guanti bianchi e un cappello grigio chiaro di feltro finissimo. Sotto il cappello, divisa in due da una irreprensibile riga, brillava di profumati cosmetici una parrucca nerissima, purtroppo così falsa che, nascondendo la calvizie del cranio, rendeva più che mai evidente la calvizie, per così dire, del viso, che era gialliccio e senza l'ombra di un pelo in tutta la sua superficie.

— Ah, Silvio, disse un giorno il principe con accento di dolce rimprovero, io sono molto in collera con voi. Sì, molto molto in collera. Voi avete una graziosa amica, un'amica molto graziosa, mi dicono, e la tenete nascosta?

— Oh, principe, balbettò Silvio confuso, chi vi ha detto una cosa simile?

— Amico mio, rispose il principe, la violetta è un fiore che facilmente passa inosservato finchè non si colga. Ma quando si è colto e si porta all'occhiello?

— Voi volete burlarvi di me, signor principe, disse Silvio arrossendo. Io non ho nessuna viola all'occhiello.

— E se io stesso vi avessi veduto, invece, con una bellissima viola? ribattè il principe con malizia. Ditemi dunque, caro Silvio: non eravate mica voi, ieri sera, all'Alhambra, in compagnia di una donnina bionda, molto carina, molto elegante, con un bell'abito proprio viola e uno smeraldo al collo?

— Sì, sì, confessò Silvio sorridendo, ero io. Ma la signora che accompagnavo non era una piccola amica.

— Capisco, soggiunse il principe, è un segreto...

Silvio si fece coraggio e disse:

— Era mia moglie.