— Ma come? Quando? domandò a Silvina con il viso illuminato da un sorriso di gioia.
E allora Silvina, compiacente, gli si sedette accanto sulla sponda del tetto, e, abbandonandogli le mani che egli incominciò a coprire di baci, gli raccontò:
— La mattina del secondo giorno io venni a vederti. Si penò molto prima di trovare il tuo letto, e mi fecero attraversare tante corsìe e mi mostrarono tanti di quei disgraziati, chiedendomi sempre se eri tu, che io cercavo. Finalmente ti trovammo. Povero piccolo! Eri quasi irriconoscibile. Il male ti aveva deformato il viso come una maschera. Deliravi e sembrava che nemmeno ti accorgessi della mia presenza. Io ti chiamavo, e tu non rispondevi. Soltanto per un momento mi guardasti sorridendo e presa la mia mano, mi dicesti: — Non ritornare più, mai più. Questo luogo è orrendo. Non voglio che tu mi veda così. Quando starò meglio ti manderò a chiamare. Poi chiudesti gli occhi, e ricominciasti a vaneggiare. Allora io me ne sono andata. Avrei voluto disubbidirti, e ritornare. Ma poi pensavo che ti sarebbe dispiaciuto, e speravo che da un giorno all'altro mi avresti mandato a chiamare. Come ti ho aspettato, Silvio mio! E tu? Credermi capace di dimenticare il mio Silvio? È questo tutto il bene che mi vuoi?
Silvio se la tirò stretta stretta sul cuore e mormorò supplichevole:
— Perdonami, Silvina, perdonami... Non mi ricordavo di nulla...
E allora Silvina, continuò:
— Tu sì, mi hai abbandonata qui, sola, senza nessuno, senza danari, senza un aiuto... Il tuo piccolo gruzzolo è finito presto. Non bastò per tre giorni. Non hai mai pensato, tu, che io potevo morire di fame? Credimi, Silvio, non hai sofferto tu solo. È stata una grama vita la mia di questi giorni, e non so che cosa sarebbe avvenuto di me, se dei vicini pietosi non mi avessero aiutato. E anche la nostra vita di tutti questi mesi è stata una grama vita, Silvio mio! Perchè dovrei nascondertelo? Bisogna che tu pensi ora seriamente a cambiare questo stato di cose tanto penoso. Così, non potremo mai essere felici.
— Sì, sì, piccola santa, mormorò Silvio umiliato, questa miseria deve finire.
Era disfatto. Si spogliò lentamente, ripetendo ogni tanto: — Deve finire, deve finire... — e si coricò, pregando Silvina di rimboccargli bene bene le coperte intorno al corpo, perchè lo riprendeva un gran freddo. Tutti i dubbi, tutte l'angosce di poco fa erano svanite, ma non si sentiva perciò meno inquieto e infelice. Ora un altro pensiero lo tormentava, un pensiero anch'esso doloroso e assillante, ed era quello dell'indomani, del modo come avrebbe risolto il problema della loro esistenza quotidiana, perchè Silvina era stanca stanca di patire quella miserabile vita, ed egli non vedeva come avrebbe potuto mutarla. Bisognava trovare del denaro, prima ancora di pensare di trovare una qualsiasi occupazione remunerativa. Egli stesso aveva bisogno di abiti invernali, per evitare che, ai rigori dell'inverno, il suo corpo ora così debole ricadesse ammalato. Silvina poi era una donna, e non poteva rinunciare a tutti i piaceri della vita, ad ogni eleganza, ad ogni svago; ed egli invece non era in condizione di offrirle neppure il necessario per vivere senza soffrire mortificazioni e rinunce continue. E Silvio, fingendo di dormire, ad occhi chiusi, cercava cercava inutilmente una via di salvezza. Sperare in suo padre era assurdo. Sua madre, se pure lo avesse osato, avrebbe potuto dargli ben poco aiuto. Su vere amicizie non poteva contare. Ed egli non vedeva nulla e nessuno su cui fermarsi sia pure con una vaga speranza. Dopo un poco udì Silvina che si spogliava, senti il fruscio dei suoi abiti che le cadevano di dosso, il rumore dei suoi pettini che ella posava sul cassettone, e poi un rumore più secco e duro, che gli ricordò la collana dallo smeraldo che ella portava sempre al collo. Un'idea strana e pericolosa si affacciò alla sua mente, che scartò subito con indignazione. Sentì che Silvina soffiava sulla candela, e infatti quel po' di luce debole debole, che filtrava attraverso le sue ciglia chiuse, si spense. Sentì poi Silvina coricarsi al suo fianco, all'altra estremità del letto, e non osò muoversi per avvicinarsi a lei e abbracciarla. Allora quell'idea bizzarra, che gli era nata un momento prima, ritornò a tentarlo, ed egli nuovamente la ricacciò lontano. Cercò di distrarsi, e pensò che davvero gli fosse tornata un po' di febbre, non solo perchè aveva le gambe gelate e il viso in fiamme, ma per quei colori esageratamente vivaci che aveva creduto di vedere sul volto di Silvina, quasi ella avesse gli occhi e la bocca dipinti. Su questa immagine di Silvina la sua ragione si ottenebrò, ed egli cadde, stanco, in un profondo sonno.
La mattina dopo si svegliò che doveva essere appena spuntato il sole. Silvina dormiva ancora tutta rannicchiata in un angolo del letto. Silvio la guardò muto e commosso per qualche istante, poi adagio adagio allontanò da sè le coltri, s'infilò gli abiti, si avvicinò al cassettone, e contemplò la collana dallo smeraldo che vi era posata sopra. Prima di decidersi Silvio si voltò ancora una volta a guardare Silvina addormentata, come fa il ladro il quale sa che tutto dipende dall'attimo in cui la sua mano si muoverà per rubare. Il calmo respiro di Silvina era come l'onda di un mare buono sotto il più costante dei cieli. Allora Silvio aprì cautamente l'uscio e in gran fretta si allontanò.