Silvio si sentì prima agghiacciare tutto, poi avvampare d'una fiamma che gli serpeggiò con un brivido caldo da capo a piedi, e gli dette improvvisamente una forza meravigliosa. Si alzò d'impeto, mosse due passi verso Silvina, le prese una mano e con voce soffocata le gridò:
— Morto! Morto! Credevi ch'io fossi morto! Speravi ch'io fossi morto! Credevi di esserti liberata per sempre di me! Ebbene no! Non sono morto! Come mi vedi sono vivo, e presente, vivo, vivo, vivo!... Perchè non sei venuta a convincertene prima, che io non ero morto? Oh sì, certamente, potevo anche morire! Sono stato per giorni e giorni sospeso a un filo di vita. A quest'ora potrei anche essere sotterrato. Ma per te, che cosa poteva importare?
Silvio respinse con violenza la mano di Silvina, mentre Silvina cercava di scioglierla dalla stretta delle sue mani.
— Sei pazzo! sei pazzo! gemette con un filo di voce, mentre indietreggiava guardandolo spaventata.
— Pazzo? domandò Silvio ridendo convulsamente. Vuoi farmi credere che deliro, che sragiono? Ah! sì, potrei anche esserle impazzito, soggiunse poi amaramente, poichè non mi hanno lasciato morire! Ma dimmi: se ti ricordo che sono stato per venti giorni e venti notti abbandonato come un cane in un letto di ospedale, solo, senza una tua parola di conforto, senza un tuo pietoso aiuto, solo, solo, a struggermi di angoscia, se ti ricordo questi venti giorni di martirio, mi dirai ancora che sono pazzo? Tu sei bene Silvina. Io sono pure Silvio. Per quanto la follia mi abbia rovesciato il cervello, non crederò di essere insensato a tal punto da scambiare un'altra donna con te, e un altr'uomo con me stesso. Dunque io sarò forse impazzito, ma la verità rimane quella che è, come se io fossi perfettamente lucido e sano!
Si sentì mancare il respiro, vacillò, cadde riverso sul letto e rimase immobile, respirando affannosamente. Durò un lungo silenzio, in cui non si udì che il suo rantolo soffocato. Poi Silvina gli si avvicinò e gli domandò sommessamente:
— Silvio, Silvio, di che cosa sono dunque tanto colpevole? Non ricordi d'avermi tu stesso ordinato, quando venni a visitarti e deliravi, di non ritornare mai più all'ospedale, finchè tu non fossi guarito?
L'anima abbuiata di Silvio si illuminò a quelle parole di un'improvvisa luce. Sollevò il capo e rimase per qualche minuto attonito, con lo sguardo fisso a terra. Quindi lentamente lo levò su Silvina e, incontrati i suoi occhi pieni di umiltà e di dolcezza, le domandò:
— Io? Io te l'avevo ordinato?
Silvina assentì col capo ed egli era troppo confuso, troppo agitato per vedere come gli occhi di lei, nel momento in cui il capo si piegava por assentire, stornassero da lui le pupille per sfuggire alla fissità del suo sguardo. A Silvio bastò quel breve cenno per sentirsi disarmato e felice. Egli non ricordava nulla dei giorni del suo delirio; ma quella spiegazione, la sola alla quale nel suo lungo fantasticare non avesse pensato, corrispondeva indubbiamente alla verità.