Non appena egli ebbe varcata la soglia dell'uscio, Silvina raddrizzò il capo, e rise da sola, a lungo. Il suo viso non aveva traccia di lacrime. Le sue ciglia erano perfettamente asciutte. Quindi si alzò, andò a vedere nello specchio se quella scena di finta disperazione, che ella aveva recitata come nei vecchi drammi, le avesse sciupato il contorno rosso delle labbra, il contorno nero degli occhi. Ma, la sera, prima di addormentarsi col capo dolcemente posato sul suo seno, Soave le disse:
— Come sei fortunata tu, Silvina. C'è Odette che aspetta da un anno che lo zio Stanislao la prenda con sè. Non sai quanto è ricco? Avresti carrozza, cavalli, servitori, una bellissima casa con tutti i mobili nuovi, dove potresti dare dei gran pranzi... Vestiti, pellicce, gioielli, quanti tu ne volessi... E poi chi ti impedirebbe di sceglierti un bel ragazzo, magari di tenerti Silvio, se preferisci per forza un uomo alla tua piccola Soave? Lo zio Stanislao è brutto, ma il mondo è pieno di bei giovani, anche più belli di Silvio. E tu hai rifiutato? Soltanto Odette può ringraziarti. Povera Odette! Ha già più di trent'anni...
X.
Silvio, caduta che fu la febbre, passò dieci giorni disperati. Qualcuno gli disse che una mattina, quand'ancora aveva il delirio, una ragazza era venuta a visitarlo, si era trattenuta pochi minuti accanto al suo letto e poi se ne era andata via. Ma da quel giorno nessuno si era più presentato in corsia a cercare di lui, nè quella ragazza, nè altri. Silvio avrebbe voluto lasciar subito l'ospedale, ma i medici glielo vietarono. Pregò, pianse, si dichiarò guarito, ma tutto fu inutile. Dovettero passare dieci lunghi giorni prima che l'infermiere gli restituisse i suoi abiti, dicendogli che, volendo, se ne poteva andare. Veramente egli si reggeva a stento in piedi, era pallido come un morto, e doveva ogni momento chiudere gli occhi per non cadere di peso in terra colpito dalle vertigini. Pure a denti stretti si tenne su, inghiottendo amaro per soffocare la nausea, pronto a morire piuttosto che prolungare anche di un istante quell'angoscia morale, peggiore d'ogni male fisico, nella quale viveva disperato da tanti giorni. Appoggiandosi, dall'una all'altra, alle spalliere dei letti, rispondendo con dei fiochi addii ai saluti che raccoglieva da ogni ammalato, potè raggiungere il corridoio, e poi scendere le scale e uscire nell'atrio.
Era l'ora dell'imbrunire. Trovò fuori un discreto crepuscolo che non ferì i suoi sensi malcerti, un'aria umida che non gelò la sua carne già fredda. Ringraziò Iddio che, creando la luce, aveva creato l'ombra, nella quale ora egli avrebbe potuto passare inosservato, senza che tutti gli stranieri nei quali si sarebbe incontrato fossero costretti a considerar pietosamente il suo stato, il suo viso bianco e scarno, i suoi occhi sparuti, lo stento con cui muoveva i passi, il tremito delle sue membra addolorate sotto quei panni miseri, l'affanno che gli toglieva il respiro. Egli riconosceva a mala pena i luoghi che attraversava, e gli pareva che quelle case, quei crocicchi, quelle piazze, quei giardini, fossero gli stessi che egli aveva veduto prima e per tanto tempo, ma che in quei venti giorni, che era rimasto assente, fossero stati spostati da un luogo ad un altro, e mutate le loro dimensioni, certe case rialzate di alcuni piani ed altre invece ridotte a metà; i monumenti gli parevano ingranditi, con piedistalli più alti e quadrati, e le figure delle statue atteggiate bizzarramente in gesti che non erano i soliti; la gente, i veicoli, la disposizione delle botteghe illuminate, tutto sembrava denotare nei cittadini abitudini nuove nel modo di frequentare le strade, di raggrupparsi in questo o quel punto, di occupare i marciapiedi e le cantonate, di regolarsi nei riguardi della città. Per esempio la casa dove egli abitava, dove Silvina forse lo stava aspettando, dove forse Silvina era ammalata, dove forse anche Silvina non lo aspettava più, gli era sempre sembrata molto vicina all'ospedale, tanto da potervi giungere in pochi passi. Invece non faceva che svoltare cantoni, attraversare piazze, e la sua casa era sempre lontana. Finalmente la vide in fondo al largo d'una strada, con la sua facciata rossastra, quadrata, enorme, tutta bucata di finestre nere o gialle.
Poi che fu entrato nel portone, gli rimanevano da salire sette faticosi capi di scale. Passando dinnanzi allo sgabuzzino illuminato del portinaio, attraverso i vetri vide il buon Fortunato curvo sopra una vecchia ciabatta su cui picchiava a gran forza con un martello; bussò contro i vetri con la punta di un dito e lo salutò. Quello rimase col martello aizzato a mezz'aria, a guardarlo meravigliato, poi rise allegramente e gli gridò: — Ben tornato, signor Silvio! è guarito bene? ho piacere, ho piacere! — E Silvio s'incamminò per le scale con il cuore che gli pesava addolorato, perchè se Silvina fosse stata ammalata costui non avrebbe riso allegramente a quel modo, ma si sarebbe alzato con un viso malinconico, per dirgli: — Sa, signor Silvio, la signorina è stata malata, ma quello che abbiamo potuto fare lo abbiamo fatto per lei... Silvina, invece, non era malata, e nulla di nuovo le era accaduto in quei giorni maledetti, e perciò, se lo aveva abbandonato solo nel suo letto di ospedale, senza portargli nè il conforto di un sorriso, nè il balsamo di una carezza, abbandonato come un cane, dimenticato come uno straniero, non doveva temere per lei, ma soltanto commiserare sè stesso, riconoscendo crudelmente ch'ella lo aveva abbandonato e dimenticato soltanto perchè non le importava nulla di lui, che vivesse o morisse, che potesse consolarsi o disperarsi nel sentirsi solo e abbandonato in quel ricovero di derelitti. Egli era stato sul punto di morire, e non solo se ne sarebbe andato senza rivedere nè sua madre nè suo padre, che ne sarebbero certamente morti di dolore, ma senza che Silvina neppure sapesse che egli moriva, che la loro vita stava per essere troncata d'un tratto, tutti i loro sogni distrutti, il loro amore finito per sempre. Un giorno forse, dopo chi sa quanto tempo, non vedendolo mai più ritornare, Silvina si sarebbe presentata alla porta dell'Ospedale, e avrebbe chiesto che cosa fosse accaduto di un ammalato di nome Silvio, al quale corrispondeva il tale numero di letto. Avrebbero sfogliato sotto i suoi occhi un gran registro con tante cancellature e croci, e fermando l'indice sopra un nome le avrebbero detto: — È morto. Poi le avrebbero chiesto se era lei la sorella o la moglie, perchè in tal caso le avrebbero consegnato i suoi abiti. E Silvina, nè moglie nè sorella sua, ma più che moglie e sorella, la creatura tanto amata, se ne sarebbe andata senza un sospiro, senza una lacrima, e certo sulla sua tomba non avrebbe portato neppure un fiore.
Come ebbe salite le lunghe scale, con uno sforzo accelerò il passo e il ballatoio lo fece quasi correndo. Con il cuore che gli mancava, posò la mano sull'uscio e l'aprì. La stanza era semibuia e deserta. Egli cercò febbrilmente una candela, l'accese, ed esausto cadde disteso sul letto. Rimase così alquanto tempo, immobile, senza pensiero. Non vedeva, non udiva nulla. La fiammella della candela era fioca e agitata. Faceva tante ombre agitate sulle pareti. Quando finalmente risollevò il capo e si guardò intorno, Silvio vide innanzi tutto gli abiti di Silvina appesi in un angolo, e ne ebbe un palpito di gioia. Il suo cuore fu così alleggerito del peso che più lo opprimeva, poichè il pensiero che lo aveva tormentato fino a quell'istante con maggior pena, quantunque egli cercasse sempre sempre di tenerlo lontano, di soffocarlo, di rinnegarlo, era che Silvina fosse fuggita, chi sa dove, ritornata a casa sua, innamorata di un altro, stanca, incapace di sopportare la solitudine e la miseria di quella vita. Allora veramente, quando quel pensiero si insinuava fra le mille altre idee dolorose che si agitavano in lui, egli si sentiva perduto, come se fosse per mancargli l'ultimo spiraglio di luce in un mondo che già gli appariva tutto paurosamente fosco. Ma poichè i suoi abiti erano là ancora appesi nel solito angolo, e non soltanto gli abiti, ma sul tavolo, in un secchiello di legno, c'era un mazzo di gigli ancora freschi, e sopra ogni mobile le piccole cose sue e di Silvina come le aveva lasciate, Silvina non era certamente fuggita, ed egli fra poco, subito forse, avrebbe udito il suo passo nel corridoio avvicinarsi leggiero come sempre, e poi l'avrebbe riveduta, lei, lei, Silvina, non quell'immagine di lei, quel crudele fantasma che lo visitava in sogno da tante notti, inafferabile ed ostile, ma proprio lei viva, come l'aveva posseduta un giorno. E non potendo reggere all'impeto della commozione che suscitò in lui questa certezza, egli pianse con il viso affondato nei cuscini, dirottamente, a lungo, versando in lacrime tutta la amarezza di quei giorni e di quelle notti di disperazione.
Solo quando ebbe ritrovato un po' di calma, Silvio pensò come quell'incontro imminente e tanto desiderato sarebbe stato penoso, quanto egli avrebbe forse dovuto ancora soffrire, e come invece sarebbe stato felice se fosse rientrato in quella stanza con lei, appoggiato al suo braccio, dopo aver fatta insieme la lunga strada dell'ospedale. E arrivati lassù, ritrovandosi finalmente soli, si sarebbero abbracciati con tenerezza infinita, e il bacio che allora avrebbe unito le loro labbra sarebbe stato dolce come il primo bacio d'amore. Ora invece era là, solo, senza sapere nemmeno quale Silvina gli si sarebbe mostrata fra poco, se la sua cara Silvina d'una volta oppure un'altra Silvina, disamorata, indifferente. Avrebbe dovuto interrogarla, mostrarsi sconfortato, addolorato, deluso, dubitare delle sue parole, se ella, provando pietà e rimorso nel vederlo così fisicamente disfatto, così triste e sconvolto, avesse cercato di giustificarsi, di rassicurarlo, di confortarlo anche; e quanto più ella si sarebbe mostrata espansiva, tenera, premurosa, afflitta, pentita, più egli avrebbe dovuto pensare che Silvina, sentendosi colpevole, cercava ora di riabilitarsi ai suoi occhi mentendo, trovando scuse di cui egli avrebbe indovinato subito la falsità e l'inconsistenza. Ma forse ella non avrebbe nemmeno cercato di giustificarsi, di mentire, per ottenere il suo perdono. Forse Silvina gli avrebbe confessato crudelmente la verità, e cioè che, non amandolo più, le riusciva affatto indifferente che egli l'accusasse ora d'averlo trattato come un estraneo, d'essere stata cattiva ed ingrata verso di lui.
Ma Silvio potè mutare cento volte pensiero, distruggere una dopo l'altra tutte le sue supposizioni e trovarne sempre delle nuove, poichè Silvina non rientrò che assai tardi. Udì, prima del rumore dei suoi passi, la sua voce lontana, nel corridoio, che fresca ed ilare diceva a qualcuno, la cui presenza non era manifesta se non per via di quelle parole: — Arrivederci a domani! addio! addio! — e poi la udì avvicinarsi saltellando, e finalmente l'uscio si aprì. Alla luce fioca della candela Silvio vide che ella aveva le spalle fasciate da una pelliccetta grigia, un cappellino grigio sul capo, un mazzo di garofani in braccio. Poi vide il suo viso tutto colorito, e la sua bocca rossa, e i suoi occhi grandi e neri, e pensò subito di avere la febbre, se il viso di Silvina gli appariva così esageratamente acceso, la sua bocca così rossa, i suoi occhi così profondi e ingranditi. Silvina ebbe un piccolo grido di paura scorgendo inaspettatamente l'ombra sua nera distesa sul letto, poi non potè vincere un moto di stupore e di contrarietà, e, corrugate le ciglia, rimase ferma dinnanzi alla porta, a guardarlo. Silvio s'era sollevato sulla sponda del letto, e si sentiva ora la gola stretta da un nodo, e in tutta la persona era scosso da un tremato convulso che non riusciva a dominare. Non ritrovava nella sua mente confusa un solo pensiero, una sola parola per Silvina. Non sapeva che cosa sarebbe accaduto di lui qualora avesse tentato di muoversi o di parlarle. Ma finalmente Silvina si scostò dalla porta e si fece in mezzo alla stanza. Posò sul tavolo i fiori, si tolse la pelliccia e il cappello, si aggiustò i riccioli sulla fronte e sulla nuca, quindi si rivolse a lui e freddamente gli disse:
— Credevo che tu fossi morto...