Proprio in quel momento io avevo bussato all'uscio di quella stanza. La voce irata di Silvina domandò: — Chi è? — e ne seguì un rumore di sedie rovesciate, e poi un silenzio assoluto. Senza che avessi udito nessun passo avvicinarsi alla porta, la molla della serratura scattò improvvisa in quel silenzio. Mi trovai di fronte a Silvina. Dal giorno in cui era fuggita, e mi pareva un'eternità, non l'avevo più riveduta. Rivedendola allora, il mio povero cuore ebbe una trafitta dolorosa, come se in quell'attimo io rivivessi tutte le pene che ella aveva fatto soffrire a noi duramente cinque lunghi mesi. Se non fossi stato preparato alla più triste realtà, il suo viso tanto mutato mi avrebbe allora detto brutalmente fino a che punto ella si fosse allontanata da noi in quello spazio di tempo. Ma io non coltivavo più nessuna illusione, e perciò potei guardare Silvina senza avere orrore di quell'immagine che, sotto le sue sembianze, vedevo dinnanzi a me per la prima volta. E mentre Silvina, sorpresa dalla mia inaspettata apparizione, mi guardava senza fiatare, io le parlai calmamente così:

— Silvina, non temere nulla da me. Non mi vedresti qui senza una grave ragione... La mamma muore, Silvina, la nostra cara, la nostra buona, adorata mamma!

— La mamma? mormorò Silvina, abbassando triste il capo.

— Sì, Silvina, soggiunsi, la mamma ti ha perdonato. Devi venire con me...

La porta era aperta a metà, e Silvina l'aprì del tutto, e io vidi quella misera stanza in disordine, Silvio che mi volgeva le spalle abbandonato sopra una sedia, le rose bianche nel secchiello sul tavolo, i canditi sparsi per terra. Ma non entrai.

— Subito? domandò Silvina.

— Subito.

Silvina si ritrasse a capo chino, andò nell'angolo dove stava l'armadio, si gettò sulle spalle la mantellina, si mise in capo una cuffietta di lana, e ritornando verso me, mormorò:

— Andiamo.

Sulla soglia si arrestò un attimo indecisa, poi si voltò a Silvio, che non s'era mosso, e duramente gli disse: