E la scossi violentemente, e avrei voluto schiaffeggiarla, metterla sotto i miei piedi e stroncarla; ma per volontà di Dio il pensiero di mia madre non mi abbandonò, e presa una spugna inzuppata d'acqua gliela strofinai con furia sul viso, e afferrati i suoi capelli glieli scompigliai.
— Rifatti la pettinatura d'una volta! Non mostrare le tue vergogne! Nasconditi quella faccia spudorata! le gridai pieno d'odio, incapace di dominarmi.
Ed ella impaurita dall'espressione del mio viso che doveva essere atroce, impaurita da quei gesti con i quali la minacciavo, io sempre così mite, così debole, in fretta in fretta si asciugò il volto, e nervosa sfece del tutto le sue trecce, e se le ricompose come un tempo, divisi i capelli sulla fronte, raccolti poi sulla nuca; e quando ebbe finito si alzò per seguirmi.
Mia madre stava con gli occhi fissi sull'uscio. Quando entrai con Silvina, ella aprì le braccia e senza parlare, con gli occhi pieni di lacrime, la chiamò a sè. E quando l'ebbe abbracciata, con tutte le sue forze se la strinse sul petto e non si distaccò più da lei. Marta piangeva in un angolo. Io triste, in disparte, contemplavo quella pietosa scena, con l'orecchio teso sempre all'uscio, timoroso che mio padre, destato da qualche rumore insolito, potesse allora sorprenderci.
Mia madre e Silvina stettero a lungo così strette l'una all'altra, senza un movimento, senza una parola. Poi mia madre sciolse il suo abbraccio, e guardando Silvina che si era sollevata, cercò ansiosamente sul suo viso non so quale segno che ella sola conosceva, e mormorò:
— Sei sempre la stessa... la mia piccola Silvina....
Silvina abbassò gli occhi: non osò più guardare in viso sua madre. Vidi la vergogna che quelle innocenti parole produssero in lei e forse capì, allora, perchè io l'avessi trattata tanto brutalmente poco prima; l'avessi picchiata e insultata. Mia madre volle che si sedesse sul letto accanto a lei, ed io leggevo nei suoi occhi una sofferenza penosa, perchè avrebbe voluto parlarle e non poteva più. Le ultime parole che ella disse furono appunto quelle: — Sei sempre la stessa, la mia piccola Silvina... I suoi occhi vedevano ancora lucidamente, la sua intelligenza era ancora viva, ma non poteva più parlare. Tentava di quando in quando qualche gesto vago, stringeva le mani di Silvina, e poi con l'indice teso le faceva cenno di no. Voleva dire: — Non andartene più... non ritornare via... non mi abbandonare... non abbandonare tuo padre... E Silvina, osando appena sfiorarla con lo sguardo quando uno di questi gesti la costringeva ad alzare gli occhi, rispondeva di no col capo, ma non osava parlare.
Io pensavo quanto quella scena penosa si sarebbe prolungata ancora, allorchè mi parve di udire nel corridoio uno stropiccio di passi cauti, e persino il respiro affannoso di un uomo. Mi avvicinai lentamente all'uscio, lo socchiusi, e guardai da un lato e dall'altro. Ma il corridoio era perfettamente buio e non vidi nessuno. Quando mi volsi, mia madre mi chiamò, e presami con fatica una mano la unì alle mani di Silvina. Voleva dire: — Te l'affido... non lasciarla partire... proteggila tu. Allora, soltanto allora, mi ricordai che Silvina prima di lasciare Silvio gli aveva detto: — Non mi aspettare. Non tornerò mai più! — e pensai che forse Silvina, sebbene non avesse osato chiedermelo, desiderasse veramente di rimanere con noi, di non ritornare mai più a quella vita irregolare che doveva averle procurato più delusioni che gioie, più umiliazioni che piaceri, forse pentita, quantunque il suo maledetto carattere le impedisse di confessarlo, d'essersi abbandonata a quel capriccio, di aver cagionato a sè stessa e a noi tanto male. Forse la paura di mio padre, il timore di esser trattata duramente da noi, di esser punita con troppa severità, la rendeva ancora esitante. Forse orgogliosa com'era, aspettava che qualcuno le parlasse e la pregasse di rimanere. Davvero avrebbe dovuto lei pregare, inginocchiarsi dinnanzi a mio padre, invocare il suo perdono. Avrebbe dovuto mortificarsi ed espiare, almeno con un atto di umiltà, tutto il male che aveva fatto. Ma mia madre era morente, e mi sembrò che negarle l'ultima gioia, allontanare anche soltanto da lei di un attimo la possibilità di veder compiuto il suo ardente desiderio, sarebbe stata una colpa di cui avrei sentito eternamente il rimorso.
Allora chiamai Marta, e mentre lei, povera donna, cercava di nascondere le lacrime che dagli occhi colavano sulla sua faccia terrosa:
— Marta, le dissi, va a preparare il letto di Silvina, riordina presto la sua camera. Silvina rimane con noi.