Poi domandai a mia madre:

— Così, mamma?

Ed ella mi accennò di sì, e portò la mia mano alle labbra che erano appena appena tepide, la baciò, e con un profondo sospiro chiuse gli occhi per meglio contemplare quella felicità radiosa in cui si sentiva rapire.

All'orologio della chiesa suonarono i tre quarti. Tra un quarto d'ora nostro padre si sarebbe alzato, sarebbe venuto a prendere il suo posto accanto al letto, dove Marta aveva già silenziosamente preparato la sua poltrona con i due cuscini, e messo lo scaldino. Allora presi Silvina per la mano, e, senza che mia madre, assopita, se ne accorgesse, la condussi via. Passando dinnanzi alla camera di mio padre, in punta di piedi per non destarlo prima del tempo, vidi le fessure illuminate e lo sentii singhiozzare.

Mio padre non s'era coricato quella notte. Egli sapeva che Silvina era venuta. Egli era stato a spiare dietro l'uscio quando avevo introdotto Silvina nella camera della mamma, e quello stropiccìo, quel respiro affannoso che m'era parso di udire, era lui che si muoveva guardingo, lui che cercava di soffocare il suo pianto. Ah! perchè non entrò con noi, perchè non volle vedere Silvina, perchè l'orgoglio vinse, anche in quella notte, il suo dolore, ed egli preferì reprimere la sua pietà anzichè obbedire al suo cuore, si lasciò vincere dalla paura di mostrarsi debole, anzichè seguire l'impulso generoso che lo spingeva a perdonare? Forse Silvina sarebbe stata salva, e il male di quei mesi avrebbe potuto essere in qualche modo riparato, e la sventura si sarebbe allontanata per sempre dalla nostra casa. Ma mio padre non uscì dalla sua stanza se non quando udì che tutto era ritornato in silenzio, che noi ce n'eravamo andati, ed ogni pericolo d'incontrarsi con Silvina era, almeno per quella notte, scongiurato.

Silvina non volle neppure entrare nella camera che Marta aveva preparato per lei. Volle rimanere, vestita com'era, in camera mia, e a stento potei indurla ad adagiarsi sul mio letto e ad appoggiare il capo sul mio cuscino. Seduto accanto a lei, con il cuore pieno d'angoscia, le domandavo di quando in quando:

— Rimarrai, Silvina?

Ed ella rispondeva di no col capo, e non mi guardava, non diceva una sola parola. Gli occhi non le si chiusero mai, neppure per un istante, finchè la luce di un altro giorno diradò lentamente le tenebre, fece impallidire la luce della nostra lampada, e allora Silvina si alzò, si strinse sulle spalle la mantellina, raccolse le sue piccole scatole di pomata, di belletto, di cipria, abbandonate accanto allo specchio, e nascose i capelli nella sua cuffiettina di lana. Come la mattina innanzi, quando ero partito per andarla a cercare in città, il silenzio notturno fu rotto dalle prime voci umane che risuonavano stranamente nell'aia, i cani della scuderia abbaiarono, le campane della chiesa si sciolsero in uno scampanìo lungo e triste.

— Silvina! supplicai ancora, con un singhiozzo.

Silvina varcò la soglia senza neppure voltarsi, e scomparve. Poco dopo udii la vettura di posta tutta squillante di sonagli avvicinarsi per la via maestra, l'udii passare al trotto e allontanarsi...