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Le lancia i' mano ed in braccia gli scudi vans'a fedir come dragon mortali, misero i ferri ai loro isberghi ignudi amendue gli baroni imperiali. Per gli gran colpi dispietati e crudi, e' destrier ruppon cinghie e pettorali. Ma lo garzon di tal voler l'afferra, che sconciamente l'abbatteva in terra.
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Allor Gibello disse:—Cavalieri, or per prigion vo' che t'arrenda a me. Giurami fedeltá, e volentieri, come volevi ch'io facessi a te!— E 'l cavalier Nero non fu laniere, colla sua gente suo servo si fe'. E tutti quanti fedeltá giurârli. Egli stette tre dí a signoreggiarli.
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Passati gli tre giorni, cavalcava. E 'l cavalier Nero, suo servidore, com'era in prima signor, l'ambasciava. Cosí Gibello il lasciò reggitore. Da lui si parte, ed oltre cavalcava e fu arrivato ad un altro signore, che si chiamava lo Vermiglio conte, che guardava una ròcca sotto u' monte.
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Trecento cavalier di grande ardire ha sotto sé quello conte Vermiglio, tutti aquistati per forza, al ver dire, ciascun possente, gaio come giglio; e mille o piú n'avea fatti morire per forza d'arme, sanza alcun consiglio. La guardia in sul camin tenea per mostra, a chi passava facía chieder giostra.
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La guardia vide il donzelletto gaio, gridò al conte; ed egli, udendo, armossi e della ròcca uscí su un destrier baio; in sul camin con Gibello scontrossi. Vedendo il conte Gibel tanto gaio, subitamente di lui innamorossi: cortesemente disse che ascendesse e vassallaggio cogli altri facesse.