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Allor Gibello, pieno di valenza, arditamente al conte rispondía: —Fede non giurerei, se tua potenza imprima non si pruova colla mia. Veramente tu hai vana credenza a domandare ch'io tuo servo stia. Ma per prigion vo' che tu a me t'arrenda. S'altro vuo' dir, la spada mi difenda!—
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Se prima il conte n'era innamorato, udendol, doppiamente innamoronne e disse:—Giovinetto ingraziato, di tua possanza un colpo aspetteronne, e, s'io da te saraggio iscavallato giurerò fedeltá, teco verronne. Ma, se tu non mi abbatti del cavallo, giurami fé che starai mio vassallo.—
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Allor Gibello prendeva il partito, siccome lioncel pien d'arditanza, e nel suo core era tutto fiorito: bracciò lo scudo ed impugnò la lanza, e ritorna a fedire il conte, ardito, d'amor pensando alla sua dolce 'manza. Lui e 'l cavallo al campo fe' cadere 'nanzi alla gente, che stava a vedere.
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Disse Gibel:—Baron, tu se' mio servo, sanza dimoro a me t'arrenderai!— E 'l conte rispondea co' latin verbo: —Or ben se' il fior di quanti mai trovai, e fedeltá volentieri t'osservo. Entra 'n tenuta e per signor sarai.— E tutti quanti l'ubbidiro a fiotta e miserlo in tenuta nella ròcca.
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Quando e' si fu posato al suo volere, di questa ròcca a partir ch'e' si prese, il conte in signoria fe' rimanere, sí come egli era, quando quivi scese. Cercando di sua gesta a suo podere, funne arrivato in un altro paese, a una cittá d'un duca crudo e strano, il qual è sotto lo re Tarsiano.