Da lei si dipartir gl'imbasciadori ed al re Tarsiano ritornârsi e disson ch'ella aveva gran dolori e non volea quel tempo maritarsi. E 'l re coi suoi baroni, ne' lor cuori, di tal risposta forte infiammârsi; gridâro a boce:—Oste le mandiamo sí che per forza, all'onta sua, l'abbiamo!—
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Per tutto il suo reame immantanente re Tarsiano grand'oste bandíe; cavalieri e di popolo gran gente collo re Tarsiano al campo uscíe. Di Serpentina il duca, sorridente, andò in quell'oste, ma non piú redíe. Re Tarsiano sue insegne ebbe poste intorno a Gienutrisse co' grand'oste.
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Il valoroso Gibel, ch'è in prigione, per nulla guisa sí si rallegrava, sentendo che lo re contra a ragione la pulzelletta sua 'manza assediava. La duchessa dicea:—Gentil garzone —davanti alla prigion sí gli parlava,— o donzel, c'hai d'ogni biltá corona, gioi' vo' che prendi della mia persona!—
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Gibello a sue parole no' attendea, ché nel suo cuore giá era conquiso; e la duchessa parlava e dicea: —Or che ha' tu, angel di paradiso?— Allor Gibello sí le rispondea: —I' sento che la morte sí m'ha priso, perch'io a Gienutrisse andar non posso contro al re Tarsian, che a torto è mosso.—
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E la duchessa, veggendo Gibello che a Gienutrisse avea voglia d'andare, disse:—Io ti lascerò, giglio novello, se mi prometti di qui ritornare.— Ed egli rispondea, chiarito e bello: —S'i' non son morto, i' giuro di tornare. Se mi lasciate andar, fate merzé, che la pulcella difenda dal re.—
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