E la duchessa pensò nel suo cuore: —Sed io a Gienutrisse andar lo lasso, forse al tornar mi donerá il suo amore, se 'l qual non ho, di questa vita passo. E s'io 'l potessi, 'l fare' imperadore, pur ch'allegrasse un poco il mio cor lasso! Doglioso a me, ch'io arei tutto bene, se mi traesse una volta di pene!—
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Poi gli diceva:—Amor, po' che tu vuoi a Gienutrisse andar, cheggioti un dono: che 'l duca mio uccidi, se tu puoi, ed ogn'altra fallenza ti perdono.— Ed e' rispuose:—Lui e' baron suoi vorre' uccider, quanti ve ne sono, e quanti ve n'ha ancor d'altri paesi, vorrei che fosser tutti morti e presi.—
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Allor Gibello di prigion fu tratto, l'arme e 'l destrier avanti sí gli gío; sanza dimoro in fretta s'armò ratto: non prese staffa, ch'a caval salío! Della cittá uscí e con quel patto ver' del conte Vermiglio se ne gío. Tosto 'l fe' adobbar co' sua compagna, e l'altro dí entrò per la campagna.
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E nella Valle Bruna egli è arrivato, ov'era il cavalier Ner di gran vaglia. E 'l fatto e la maniera gli ha contato com'egli andavan per voler battaglia. I suo' dugento cavalier s'armâro tutti per punto e no' mancò lor maglia. I tre baroni a Gienutrisse gièno con cinquecento cavalier ch'avièno.
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Fûro arrivati a Gienutrisse presso; d'in su la torre la guardia vede'li. Allor Gibello ne mandò il suo messo come colla sua gente soccorre'li. Le porte aperte gli furono adesso: egli entrò dentro con que' suo fedeli. Tutta la gente mena gioia a scorso, venir veggendo tanto bel soccorso.
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