Duca di Serpentina si scontròe col buon Gibello, combattendo a schiera, e l'uno e l'altro a fedire s'andòe infra la gente infiammata e fiera, e sí gran colpo Gibel gli donòe, morto l'abbatte sotto sua bandiera. Gli scudi e gli elmi vi facien ta' suoni, parea che fosse balenar e tuoni.

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La battaglia era sí gravosa e dura, l'aria e la terra n'era intenebrata, ferro non vi valea né armadura contro a Gibel, ch'avea gente pregiata. Chi pruova un colpo suo, per sua sventura, vorre' tornarne a dirne l'ambasciata! Re Tarsian colla sua gente stolta, non potendo durar, misesi in volta.

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Allor Gibel con suoi baron vedea che contra a lui non era chi durasse. Lo re e 'l figlio del campo si partéa Gibello fe' bandir che non cacciasse l'un contro all'altro, parlava e dicea: —Viltá saria a fedire chi n'andasse.— E fe' sonar le trombe a ringioiarsi e dentro la cittá a ritornarsi.

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Le donne e li signor della cittade ciascun menava riso, gioia e canto; e la pulzella piena di biltade tant'era allegra, non si pò dir tanto. Allor Gibello, pien di lealtade, s'accommiatò, quando fu stato alquanto. E la pulcella, di lui innamorata, piú che prima rimase sconsolata.

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Della pulcella egli si dipartía, Gibel da' suo' baron commiato prese, e in Serpentina prigion se reddía. Gli altri, ciascun tornârsi in lor paese. E la duchessa, quando lo vedía, pensossi di venir co' lui alle mani; d'amor cantava e davasi conforto, com'ella seppe che 'l duca era morto.

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