ed era tutto ner come carbone, gli occhi avea rossi come foco ardenti. E cavalcava un orribil roncione, sei braccia grosso e lungo piú di venti. Quattro leon legati avie a l'arcione, e un'anca, di dolor, mordea co' denti semila porci all'intorno, con zanne fuor della bocca piú di quattro spanne.

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E come fu nella cittá reale, e que' porci si sparser per la terra, la gente fuggía su per le scale, e per paura in zambra ognun si serra; e' porci divoravan per le sale ciò che trovavan, se 'l libro non erra. Uomini e donne erano sbigottiti, e molti per temenza son fuggiti.

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Giugnendo in piazza l'orribil giogante, lá dove molta gente armata avea, perché egli avea sí feroce sembiante, sbigottiva chiunque lo vedea. Giudicandosi morto, il re davante gli venne e dimandòl quel che volea; ed e' rispose:—Io sono un de' Balbani di Macometto, iddio degli romani,

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el qual dalla sua parte ti comando, e del popol di Roma che m'aspetta, che d'una, contro a cui mandato hai bando, piú non t'impacci, ch'è nostra diletta; conciosiacosach'io ne fare', quando facessi contra a ciò, aspra vendetta; e s' tu andassi ad oste a sua cittade, non torneresti mai in tuo' contrade.—

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El re, che vede sua gente smarrita, perché si parta subito, rispuose, dicendo:—Va', che 'n tempo di mia vita non m'impaccerò piú di queste cose. Ma fa' che tosto sia la tua partita, ché molte gente fai star paurose.— Egli rispose:—Innanzi ch'io mi parta, io ne vorrò miglior pegno che carta.—

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