FLAMMINIO. Questo non dir per me: ch'ogni altro vizio mi si potrebbe forse provare; ma questo dell'essere ingrato, no, ché piú mi dispiace che ad uom che viva.

CLEMENZIA. Io non lo dico per voi. Ma è stata in questa terra una giovane che, accorgendosi d'esser mirata da un cavaliere par vostro modanese, s'invaghí tanto di lui che la non vedeva piú qua né piú lá che quanto era longo.

FLAMMINIO. Beato lui! felice lui! Questo non potrò giá dir io.

CLEMENZIA. Accadde che 'l padre mandò questa povera giovane innamorata fuor di Modena. E pianse, nel partir, tanto che fu maraviglia, temendo ch'egli non si scordasse di lei. Il qual, subito, ne riprese un'altra, come se la prima mai non avesse veduta.

FLAMMINIO. Io dico che costui non può esser cavaliere; anzi, è un traditore.

CLEMENZIA. Ascolta: c'è peggio. Tornando, ivi a pochi mesi, la giovane e trovando che 'l suo amante amava altri e da quella tale egli era poco amato, per fargli servizio, abbandonò la casa, suo padre e pose in pericolo l'onore; e, vestita da famiglio, s'acconciò con quel suo amante per servitore.

FLAMMINIO. È accaduto in Modena questo caso?

CLEMENZIA. E voi conoscete l'uno e l'altro.

FLAMMINIO. Io vorrei piú presto esser questo aventurato amante che esser signor di Milano.

CLEMENZIA. E che piú? Questo suo amante, non la conoscendo, l'adoperò per mezzana tra quella sua innamorata e lui; e questa poveretta, per fargli piacere, s'arrecò a fare ogni cosa.