CITTINA figliuola di Clemenzia balia, sola.
Io non so che stripiccio sia drento a questa camara terrena. Io sento la lettiera fare un rimenio, un tentennare che pare che qualche spirito la dimeni. Uhimene! Io ho paura, io. Oh! Io sento uno che par si lamenti; e dice piano:—Aimè! non cosí forte.—Oh! Io sento un che dice:—Vita mia, ben mio, speranza mia, moglie mia cara.—Oh! Non posso intendere il resto: mi vien voglia di bussare. Oh! Dice uno:—Aspettami.—Si debbono voler partire. Odi l'altro che dice:—Fa' presto tu ancora.—Che sí che rompon quel letto? Uh! uh! uh! Come si rimena a fretta a fretta! In buona fica, ch'io lo voglio ire a dire alla mamma.
SCENA VI
ISABELLA, FABRIZIO e CLEMENZIA balia.
ISABELLA. Io credevo del certo che voi fusse un servitor di un cavalier di questa terra che tanto vi s'assomiglia che non può esser che non sia vostro fratello.
FABRIZIO. Altri sono stati oggi che m'hanno còlto in iscambio: tanto ch'io dubitavo quasi che l'oste non m'avesse scambiato.
ISABELLA. Ecco Clemenzia, la vostra balia, che vi debbe venire a far motto.
CLEMENZIA. Non può esser che non sia questo, ché par tutto Lelia. O
Fabrizio, figliuol mio, che tu sia il ben tornato: che è di te?
FABRIZIO. Bene, balia mia cara. Che è di Lelia?
CLEMENZIA. Bene, bene. Ma entriamo in casa, ché ho da parlare a longo con tutti voi.