LELIA. Non mi ha voluto ascoltare. E, se voi facesse a mio modo, pigliaresti altro partito e vi risolvaresti de' casi vostri: ché, per quel ch'io n'ho potuto comprendere insino a qui, voi vi perdete il tempo; ché la si mostra ostinatissima a non voler far mai cosa che vi piaccia.

FLAMMINIO. E, se 'l dicesse Iddio, l'ha pure il torto. Non sai che, or ora, passando di lá, si levò subito, come la mi vidde, dalla finestra con tanto sdegno e con tanta furia come s'ell'avesse visto qualche cosa orribile o spaventosa?

LELIA. Lasciatela andar, vi dico. È possibil che, in tutta questa cittá, non sia un'altra che meriti l'amor vostro quanto lei? Non vi è piaciuta mai altra donna che lei?

FLAMMINIO. Cosí non fusse! ch'io ho paura che questo non sia la cagion di tutto 'l mio male: perché io amai giá molto caldamente quella Lelia di Virginio Bellenzini di ch'i' ti parlai; e ho paura ch'Isabella non dubiti che questo amor duri ancora e, per questo, non mi voglia vedere. Ma io gli farò intendere ch'io non l'amo piú; anzi, l'ho in odio e non la posso sentir ricordare. E gli farò ogni fede ch'ella vorrá di non arrivar mai dove lei sia. E voglio che glie lo dica tu, a ogni modo.

LELIA. Oimè!

FLAMMINIO. Che hai? Par che tu venga meno. Che ti senti?

LELIA. Oimè!

FLAMMINIO. Che ti duole?

LELIA. Oimè! Il cuore.

FLAMMINIO. Da quanto in qua? Appoggiati un poco. Duolti forse il corpo?