CLEMENZIA. Cotesto è vero.
VIRGINIO. Or vedi s'io so' indivino! Ma che è di Lelia, la tua allieva?
CLEMENZIA. Eh! povera figliuola, quanto era meglio ch'ella non fusse mai nata!
VIRGINIO. Perché?
CLEMENZIA. Perché, dici, eh? Gherardo Foiani non va dicendo per tutto che gli è sua moglie e che gli è fatto ogni cosa?
VIRGINIO. Dice il vero. Perché? Non ti par forse ch'ella sia bene allogata, in una casa onorevole, a un ricco, ben fornito di tutti i beni, senza avere niuno in casa, che non avrá a combattere né con suociara né con nuora né con cognate che sempre stanno come cani e gatte? E trattaralla da figliuola.
CLEMENZIA. È cotesto il male: ché le giovani vogliono essere trattate da mogli e non da figliuole; e voglion chi le strazi, chi le morda e chi l'accenci ora per un verso e ora per un altro, e non chi le tratti da figliuole.
VIRGINIO. Tu credi che tutte le donne sien come te? ché sai che ci conosciamo. Ma e' non è cosí; benché Gherardo ha un buono animo di trattarla da moglie.
CLEMENZIA. E come, che ha degli anni passati cinquanta?
VIRGINIO. Ch'emporta cotesto? Io so' pur quasi al medesimo; e tu sai pur s'io son buon giostrante o no.