FABRIZIO. Chi è la tu' padrona?

PASQUELLA. Tu lo sai ben, tu, chi ella è. In buona fé, che l'uno e l'altro s'è attaccato bene!

FABRIZIO. Io non son però attaccato; ma, s'ella vuole, ci attaccaremo, e presto.

PASQUELLA. Perché sète due da pochi. Vorrei esser giovine per potere ancor io tôrmene una corpacciata; e so che, s'io fusse in voi, avrei giá posti i sospetti e i rispetti da canto. Ma bene il farete, sí.

FABRIZIO. Eh madonna! Voi non mi conoscete. Andate, ché voi m'avete còlto in iscambio.

PASQUELLA. Oh! Non l'aver per male, Fabio mio, ch'io 'l dico per farti bene.

FABRIZIO. Io non ho per male niente; ma io non ho questo nome e non so' chi voi credete.

PASQUELLA. Or fate pur fra voi due a vostro modo. Ma sai, figliuolo? Delle sue pari, cosí ricche e cosí belle, in questa terra ne son poche. E vorrei che voi cavasse le mani di quel che s'ha da fare; ché andar dinanzi e di dietro, ogni giorno, e tôr parole e dar parole dá che dire alle genti, senza util tuo e con poco onor di lei.

FABRIZIO. Che cosa nova è questa? Io non l'intendo. O che costei è pazza o che m'ha còlto in iscambio. Vo' pur veder dove la mi vuol menare. Andiamo.

PASQUELLA. Oh! Mi par sentir gente in casa. Fermati un poco qui intorno, ché vederò se Isabella è sola. Accennaroti che tu entri, se non vi sará alcuno.