FABRIZIO. Voglio stare a vedere che fine ha d'avere questa favola. Forse costei è serva di qualche cortigiana e credemi fare stare a qualche scudo; ma gli è male informata, ch'io son quasi allievo di spagnuoli e, alla fine, vorrò piú presto uno scudo del suo che dargli un carlin del mio. Qualcun di noi ci sará incòlto. Lasciami scostare un poco da questa casa e por mente che gente v'entra ed esce per saper che razza di donna sia.

SCENA VI

GHERARDO, VIRGINIO e PASQUELLA.

GHERARDO. Tu mi perdonarai. Se gli è cotesto, te la renuncio. E lasciamo stare ch'io penso che, se la tua figliuola ha fatto ciò, l'abbi fatto perché la non voglia me. Ma penso anco ch'ella abbi tolto altri.

VIRGINIO. Nol creder, Gherardo. Credi ch'io tel dicesse? Ti prego che non vogli guastar quel che è fatto.

GHERARDO. Io ti priego che non me ne parli.

VIRGINIO. Oh! Vòi mancar della tua parola?

GHERARDO. A chi m'ha mancato di fatti, sí: oltra che tu non sai se la potrai riavere o no. Tu mi vòi vendere l'uccello in su la frasca. Ho ben sentito, quando tu ragionavi con Clemenzia, il tutto.

VIRGINIO. Quando io non la riabbia, io non te la vo' dare; ma, s'io la riaverò, non sei contento che le nozze si faccin subito?

GHERARDO. Virginio, io ho avuta la piú onorata moglie che fusse in questa cittá e ho una figliuola che è una colombina. Come vòi ch'io mi metta in casa una che s'è fuggita dal padre e va per questa casa e per quella vestita da maschio, come le disoneste donnacce? Non vedi ch'io non trovarei da maritar mia figliuola?