LELIA. Parti, Clemenzia, che la Fortuna si tolga giuoco del fatto mio?

CLEMENZIA. Dátene pace e lascia fare a me, ché trovarò qualche modo da contentarti. Va' cavati questi panni, ché tu non sia veduta cosí.

GHERARDO. Io la vo' pur salutare e intender com'egli è fuggita. Dio ti contenti e te, Lelia, sposa mia dolce. Chi t'ha aperto l'uscio? La fantesca, eh? A me piace ben che tu sia venuta a casa della tua balia; ma l'esser veduta in questo abito è poco onore e a te e a me.

LELIA. Oh sventurata! Costui m'ha conosciuta. Con chi parlate voi? Che
Lelia! Io non son Lelia.

GHERARDO. Oh! Poco fa, che noi t'inserrammo con Isabella mia figliuola, tuo padre ed io, non confessasti tu d'esser Lelia? e, poi, credi ch'io non ti conoschi, moglie mia? Va' cavati questi panni.

LELIA. Tanto v'aiti Dio, io arei voglia di marito!

CLEMENZIA. Vanne in casa, Gherardo mio. Tutte le donne fan delle citolezze, chi in un modo e chi in un altro. E sappi che poche e forse niuna ve n'è che non scapuzzi, qualche volta. Pure, son cose da tenerle segrete.

GHERARDO. Per me, non se ne saprá mai nulla. Ma come è fuggita di casa mia, che l'avevo serrata con Isabella?

CLEMENZIA. Chi? costei?

GHERARDO. Costei.