CLEMENZIA. Chi? Fabrizio?
GHERARDO. Fabrizio.
CLEMENZIA. S'io 'l credessi, ti darei un bacio.
GHERARDO. Sí che la gioia è bella! Famel piú presto dare a Lelia.
CLEMENZIA. Io vo' correre a dirglielo.
GHERARDO. Ed io a darne un follo a quella sciagurata che l'ha lasciata partire.
SCENA V
PASQUELLA fante, sola.
Uh trista a me! Io ho avuta sí fatta la paura ch'io son uscita fuor di casa. E so che, s'io non vi dicessi di che, donne mie, voi nol sapreste. A voi lo vo' dire; e non a questi uominacci che se ne farebben le belle risa. Que' due vecchi pecoroni dicevan pur che quel giovinetto era donna; e rinserroronlo in camera con Isabella mia padrona; e a me dieder la chiave. Io vòlsi entrar dentro e veder quel che facevano: e trovai che s'abbraciavano e si baciavano insieme. Io ebbi voglia di chiarirmi se era o maschio o femina. Avendolo la padrona disteso in sul letto, e chiamandomi ch'io l'aiutasse mentre ch'ella gli teneva le mani, egli si lasciava vincere. Lo sciolsi dinanzi: e, a un tratto, mi sentii percuotere non so che cosa in su le mani; né cognobbi se gli era un pestaglio o una carota o pur quell'altra cosa. Ma, sia quel che si vuole, e' non è cosa che abbia sentita la grandine. Come io la viddi cosí fatta, fugge, sorelle, e serra l'uscio! E so che, per me, non ve tornarei sola; e, se qualcuna di voi non mel crede e voglia chiarirsene, io gli prestarò la chiave. Ma ecco Giglio. Io vo' vedere s'io posso far tanto ch'io gli cavi di man quella corona e uccellarlo; perché si tengon tanto accorti, questi spagnuoli, che non si credon ch'altri si truovi al mondo che loro che tanto ne sappi.