Il primo d'ottobre milleottocentoventi capitò anche di domenica ed appunto perciò fu maggiore il concorso del popolo.
Dalle prime ore del mattino il corpo delle truppe della guarnigione di Napoli e dei militi nazionali della Capitale e delle provincie erano disposte in due ale del reale palazzo lungo la strada di Toledo fino all'ingresso della chiesa dello Spirito Santo.
Il recinto in essa riserbato al Parlamento era separato dal resto della chiesa da una ringhiera che lo rendeva visibile a tutti ma separato dagli spettatori[35].
Il Re uscí dal palazzo alle dodici, quando già i deputati ed i ministri erano al luogo convenuto nel quale entrarono, come poco dopo anche il Sovrano, per una porta interna che dà nel Conservatorio omonimo. Precedevano il Re la scorta della cavalleria della guardia e le carrozze, nella prima delle quali era la duchessa di Calabria, Maria Isabella infante di Spagna[36], col duca di Noto Ferdinando suo figlio, che allora aveva soli dieci anni compiuti[37]; nella seconda gli infanti Carlo principe di Capua e Leopoldo conte di Siracusa; nella terza il principe di Salerno Leopoldo Giovanni[38]; e nella quarta le principesse Cristina e Antonietta, che dovevano andare incontro al Re al suo arrivo alla sala della cerimonia. Una deputazione di 22 rappresentanti della Nazione ricevettero questi personaggi reali accompagnandoli alla tribuna[39]. Seguiva il corteggio del Re, che era aperto da un distaccamento di usseri e dragoni della guardia di sicurezza in avanti che serviva al buon ordine della strada, lo stato maggiore del governo di Napoli, lo stato maggiore dei militi nazionali di Napoli, un distaccamento delle guardie nazionali a cavallo, gli alabardieri, i battitori della cavalleria della guardia, le carrozze con la corte di Sua Maestà[40]. Dopo un distaccamento di cavalleria della guardia, incedeva pianamente fra gli applausi dei popolani — dice il Pepe nelle sue Memorie — senza entusiasmo[41] la carrozza del Re col principe ereditario. Immediatamente cavalcava allo sportello Guglielmo Pepe come generale in capo dell'esercito costituzionale. Chiudeva lo splendido corteggio reale uno squadrone di cavalleria della guardia, ed un distaccamento della guardia reale a piedi.
Una salva d'artiglieria annunziò il suo arrivo ed una commissione di deputati venne ad incontrarlo[42].
Il Re era assistito dal suo maggiordomo maggiore, dal capitano delle guardie, dal cavallerizzo maggiore e dal somigliere del corpo che stavano dietro la sedia del Sovrano. I ministri ed il generale comandante dell'esercito costituzionale e tutta l'assemblea era in piedi al suo arrivo. Seduto sul trono aveva alla destra il principe ereditario, ed il principe di Salerno e i Segretari di Stato lo circondavano. Alla sua destra era un tabouret, sul quale erano deposte la corona e lo scettro d'oro. Il presidente del parlamento era a mano destra del trono, ma dopo gli scalini e sul pavimento della sala; i segretarii dirimpetto al presidente di contro ad un piccolo tavolo sul quale era il libro degli Evangeli.
Il Re fece un cenno, il presidente si accostò col libro santo nelle mani ed il Sovrano stesa su di esso la destra pronunciò il giuramento mentre il segretario Berni leggeva la formola scritta, da noi ripetuta già poco innanzi. Le ultime parole erano appena pronunziate che furono ricoperte dalle grida di gioia del popolo[43]. Dopo, il cavaliere Galdi sorse quale presidente del nuovo Parlamento a parlare:
Sacra reale maestà.
L'eterne leggi con le quali la Provvidenza regola e compone l'ordine dell'Universo, la loro costanza e la loro apparente discordia stessa, considerate dall'uomo religioso non men che filosofo, e quindi ridotte a chiari teoremi ed a formole generali, costituiscono il codice delle verità di uso comune a tutti i popoli inciviliti.
Se al contemplator geologo faran meraviglia il cangiato aspetto delle isole e delle terre, i laghi, ed i mari disseccati, i nuovi continenti sorti dal seno delle onde, l'abbassamento delle montagne, le piante e gli animali totalmente spariti dalla superficie del globo, e quelli che vi si rinvengono di nuova creazione; non minor maraviglia recar debbono al filosofo politico le vicessitudini delle nazioni, delle monarchie, delle repubbliche ed i cangiati costumi, le cangiate leggi, ed i cangiati governi e la loro grandezza e decadenza le cause che le producono.