Quell'energica forza della natura che fa cambiare di continuo l'aspetto del mondo fisico, tende ancora di continuo a far lo stesso del mondo morale. Ma l'Autor del tutto sostiene da solo con l'onnipossente mano, e conserva la gran mole dell'Universo; ed affida all'uomo, ai monarchi, ai governi il conservar l'ordine morale e civile dei popoli; quindi solo all'uomo di squisiti sensi, di ragion penetrante, un raggio infuse dell'eterna luce, lo rese inclinato alla sociabilità, a riunirsi in famiglia, in città e quindi a comporsi uno Stato bene organizzato, onde gradatamente poi nacquero le grandi società ed i grandi Imperi.
Finché l'uomo seguí i dettami della ragione e della giustizia, di poche semplicissime leggi ebbero bisogno le società civili: non vi furono ostinate guerre e frequenti: i vecchi Patriarchi ressero il tutto e non trovarono nei loro figli e concittadini che obbedienza e rispetto. Ma sopraggiunsero le ricchezze e l'ambizione di dominio, crebbero i bisogni delle società, crebbero i delitti, e divennero necessarii complicati codici di legislazione. In mezzo a queste vicissitudini nacque la funesta discordia civile, mostro che ha mille diverse lingue, mille aspetti e sotto mendicati pretesti va divorando le popolazioni della terra. Si credé di poter rimediare a tanti mali con nuove leggi, ma spesso inefficaci, perché mal sostenute dai costumi; si ricorse alla viva forza, e si aberrò fra gli eccessi della tirannide e della demagogia.
Talvolta per accrescere la felicità dei popoli si affrettò la loro rovina, facendo pompa d'uno spirito esagerato d'innovazione e di perfettibilità; e dall'altra parte, credendosi tanti mali della società prodotti dal filosofismo, si gridò contro le scienze e gli scienziati e si corse verso la barbarie.
Per questi vizii caddero in rovina i piú fiorenti imperi, quando credeansi giunti all'apice della loro grandezza e perché dominati dalla superbia e dall'avarizia, mentre senza tali sforzi della politica astratta, e solo per qualche resto di virtú antica, si rivelarono vegeti e robusti quelli che credeansi prossimi al loro decadimento. Restava ed ancor resta a sciogliersi il gran problema di moderare l'orgoglio delle nazioni nella loro grandezza e prosperità e di rincorarne lo spirito abbattuto dall'oppressione e dalle ingiustizie; ma il dito solo della Provvidenza, coll'onorata scuola delle sventure poteva indicare ai monarchi ed alle nazioni, la stella polare che doveva salvarli dall'oceano dei mali.
Questa stella consisteva in una Costituzione saggia, moderata, figlia di maturo sapere e di matura esperienza. Questa dovea consistere in un patto sociale che sottraesse i popoli dalle violenze dei governi arbitrari, e i governi moderati dalle esagerate pretensioni dei popoli; in un patto voluto dall'utile universale, sanzionato dalla religione piú augusta, e che giungesse finalmente a comporre le due cose pria credute insociabili, la libertà ed il principato. Verso il declinare del passato secolo, le cose d'Europa giunsero a tale di esser divenuto necessario il ricomporre i patti sociali. Ma dov'erano i Re, padri amorosi dei popoli? E dove erano i popoli figli obbedienti dei Re? I rimedi ai quali si ricorse furon veleni per l'ordine sociale; fummo minacciati di nuova barbarie e delle tenebre di notte eterna. Ed ancora non poche nazioni vanno fluttuando nell'incertezza di loro sorte: non trovano il vero punto di equilibrio ove fissarsi e nol troveranno per lungo tempo, se la divina mano del Creatore non le ricompone in miglior ordine, come intorno al sole, per le leggi di gravità, stabilí le orbite dei pianeti nel dí che trasse il mondo dal caos.
In mezzo alle sventure universali di Europa, le ultime Spagne erano state vie maggiormente afflitte da tutti i mali, onde Iddio suol fare esperienza della costanza d'un popolo. Quasi soggiogate da un bellicoso, e fino a quel momento creduto invincibile esercito straniero; il commercio distrutto, le colonie ribellate, espugnati i baluardi della penisola, incenerita la marina, sbaragliato l'esercito, prigioniero il Re; quando alla voce della religione e dell'onor nazionale si rammentano gli Ispani esser discendenti dei Consalvi e dei Mendozza corrono alle armi, debellano il nemico, liberano dai suoi timori l'Europa, riconquistano le loro franchigie e riconquistano il loro Re; si formano una Costituzione che ha servito a noi di modello, e che non sarà inutil monumento di ragion politica alle nazioni dell'universo.
Signore, questa costituzione è figlia di lunga esperienza, e di quel che meglio dettarono i pubblicisti d'Europa dalla metà del passato secolo finora. Ella sembra aver colto il vero punto di riposo e di contatto fra i diritti dei popoli e le prerogative dei monarchi. Ella ha saputo distribuire ai figli l'avuta eredità, lasciando al padre una ragionevole latitudine nelle sue disposizioni, è lontana da tutti gli estremi viziosi che lasciano sempre nell'incertezza le sorti delle nazioni. Questa costituzione procede e s'innalza con una maestosa piramide, ne formano l'ampia e solida base la dichiarazione dei dritti e doveri dei cittadini; prosegue, nelle ben calcolale elezioni, assicurando una scelta di rappresentanti nazionali, cui presiede sempre la religione, assiste al piú ch'è possibile il voto universale, si allontanano i germi di corruzione, si apre la strada al merito, che si fa passare al vaglio di molteplici e severi esperimenti. Questa Costituzione estesa definisce e circoscrive i limiti del potere legislativo, quind'insensibilmente lo avvicina all'esecutivo per mezzo del Consiglio di Stato e dell'Alta corte di giustizia e pianta alla sommità dell'edifizio il Monarca in tutta la sua grandezza circondato dai suoi ministri e da tutto lo splendore e la forza del potere esecutivo: tutto è ordine e simmetria, tutto solidamente costrutto; non resta luogo di aggiungere né di togliere una pietra angolare del grande edifizio senza deturparlo o farlo cadere in rovina.
Qual'è durerà immoto ed indistruttibile come la gran piramide di Egitto che da quaranta secoli sfida il tempo e le stagioni, e rimarrà a sostenerne gli oltraggi per quaranta secoli ancora.
S. R. M. Signore, noi abbiamo giurata colle lagrime agli occhi e con religioso rispetto, questa Costituzione. Il popolo ha veduta la nostra commozione e le nostre lagrime. Vostra Maestà ancora ha giurato lo stesso, e 'l discendente e l'erede della religione di S. Luigi e delle virtú civili di Carlo III non giura invano.
Ecco stabilito tra il Re ed il suo popolo un nuovo patto sociale che assicura ad entrambi la loro quiete e la felicità avvenire. Iddio d'Israele non sdegnò spesso di pattuire col popolo eletto e perché lo sdegnerebbero i Re?