Fu deputato al Parlamento del 1820 e non si scostò mai da quella savia temperanza opposta agli impeti dei demagoghi ed alle insidie di coloro che vorrebbero spenta ogni giusta speranza.

Visse a Roma e a Firenze in esilio in compagnia di Gabriele Pepe. Ebbe due figli: Emilio che sposò la figliuola del Poerio, e Rosario; morí nel 1847.

Le Piane Vincenzo. — Fu scrittore e traduttore in dialetto calabro del catechismo dei Carbonari. Fu canonico della chiesa cosentina, vicerettore del collegio di quella provincia e deputato nel 1820.

Altre notizie non abbiamo di lui, senonché dagli Annali di Citeriore Calabria[74] sappiamo che nel 1811, riaperta l'Accademia Cosentina col nome di Reale istituto, «... si commise la vicepresidenza a Vincenzo Piane, vago piú di filosofare, che di ecclesiastiche elucubrazioni, concionatore persuasivo, meno elegante che semplice».

Liberatore Raffaele[75]. — Era ex ufficiale di carico della reale segreteria degli Esteri col grado di uffiziale di ripartimento, destituito nel 1821, domandò di conseguire dalla reale clemenza il terzo del soldo che godeva: il re annuí alla domanda.

Lauria Francesco[76]. — Nacque ai 6 di giugno 1769 da Giuseppe Lauria, avvocato, e Antonia Ribas, figliuola de fiscale dell'udienza di Montefuscoli di Principato Ulteriore. In tenera età perdette il padre e fu rinchiuso al seminario di Nusco; non lasciò per allora l'abito clericale sí da essere nel 1792 rivestito della dignità di canonico nella chiesa di San Giovanni del Vaglio, nel suo paese, quando ancora non aveva ricevuti gli ordini sacri. Poi si recò a Napoli, dove si diede agli studi legali, abbandonando ad altri il canonicato.

La sua vita forense cominciò brillantemente nel 1794. La sua memoria era ferrea e gli effetti della sua eloquenza erano addirittura meravigliosi. Gli aneddoti sulla sua vita sono numerosissimi e non mette conto riportarli tutti. Fu insino al 1779 con Pagano, Raffaelli, e Serio, che non lo vincevano in valore ed in tattica forense e la reazione lo trovò al suo posto fermo ed immutabile nei piú rigidi principî di giustizia e di diritto.

I Francesi venuti dal 1806 al 1815[77] lo tennero in grandissimo onore. Nel 1807 fu professore di dritto criminale nell'Università di Napoli, dettandone le lezioni nel piú puro e classico idioma latino.

Scrisse poi un commento al codice francese, e piú tardi i pensieri su d'un codice criminale, ed il saggio sulla corruzione dei popoli letto nell'accademia Pontaniana ai 10 di ottobre 1810.

Morí nel 1829 in Napoli e lasciò undici figliuoli.