A Firenze sfidò a duello il Lamartine che osò chiamare l'Italia: — La terre des morts!

Poerio Giuseppe. — Ebbe i natali in Belcastro (Catanzaro) ai 6 gennaio 1775 da Carlo e Gaetana Poerio. Fu, adolescente, nel collegio dei nobili di Catanzaro ed a sedici anni esordí perorando nei tribunali e salvando un fanciullo di dodici anni, imputato di omicidio volontario.

Raggiunse nel 1799 lo Championnet e diventò suo aiutante di campo. Proclamata la repubblica fu nominato commissario in Catanzaro e tornò a Napoli per via di mare quando seppe della marcia del cardinal Ruffo.

Fu condannato a morte dalla Giunta di Stato, ma la pena gli fu poi commutata in ergastolo a vita col Torelli e con l'Abbamonte. Dopo 22 mesi di duro carcere, dopo la battaglia di Marengo, per gli accordi di Firenze, gli fu concesso di tornare in patria.

Tolse a moglie Carolina Sossisergio del Poggiando[80], e nel 1806 fu nominato da Giuseppe Bonaparte intendente e preside di Molise e Capitanata. Nel 1808 re Gioacchino lo prescelse a primo avvocato generale della Gran Corte di cassazione con Sirignano, Raffaelli, Cianciulli ed altri grandi. Contemporaneamente ottenne di essere relatore al Consiglio di Stato, indi regio commissario nelle Calabrie; e poi presidente della Commissione per la riforma del Codice penale, ed a 35 anni procuratore generale di Cassazione. Consigliere del re sostenne contro il Briot: — non potere senza acquistare nazionalità ottenere cariche e preminenze gli stranieri nel regno.

Fu anche in Bologna come commissario straordinario dei dipartimenti italici ed in prosieguo uno dei sette direttori del Consiglio di governo sedente in Roma col carico della giustizia.

Tornati i Borboni, il Poerio emigrò per Parigi e di là per Ginevra, dove ebbe notizia d'essere stato condannato all'esilio perpetuo.

Gli fu offerto, per rientrare in Italia, la cittadinanza della repubblica di San Marino, ma egli non accettò e si stabilí a Firenze fino al 1820.

Ai 19 marzo 1821 dettò la protesta con la quale dichiarava che — i corpi e non gli animi avevano ceduto alla forza del nemico; disciogliersi il Parlamento per la presenza del nemico, per volontà del principe, per mancata cooperazione del potere esecutivo; protestare contro la violazione del diritto delle genti, rimettersi alla giustizia di Dio la causa del trono e della indipendenza nazionale.

Fu arrestato, imprigionato per circa tre mesi e inviato a Trieste ed indi a Gratz con la moglie ed i figli[81], e finalmente ottenne di poter risiedere a Firenze.