Fin da' 7 luglio dell'anno corrente aveva egli approvati con anticipazione quegli atti che il suo vicario generale avesse creduti opportuni per mandare ad effetto lo statuto di Spagna. Fu spiegato ai 22 luglio il piú importante fra essi: fu stabilita in fatti la pratica dell'elezione dei deputati, e fu determinata la formola de' vostri poteri. Il governo medesimo credette allora limitarli a mantenere salde le basi di quello statuto politico; né veruna modificazione vi lasciò in dritto di fare, quando non fosse richiesto dalla necessità di adattarlo alle circostanze del regno.
Unisoni a questa formola furono i vostri poteri: unisoni a questi poteri furono i vostri giuramenti, ed unisoni a questi giuramenti furono quelli del re ed il decreto del 7 luglio. L'obbligo di rispettare i principî dello statuto di Spagna, e l'impossibilità di sottometterlo a delle riforme importanti è dunque radicato nel nuovo patto sociale, nella stessa indole de' vostri mandati, nella religione del re e nella vostra.
So che l'invidia del bene ha posto in opera ogni macchina della calunnia.
So che la gloria di un monarca, il quale affrancava il suo popolo, si è deturpata con la taccia della violenza. I posteri crederanno appena che l'ardimento della menzogna sia stato condotto si oltre da voler togliere alla notorietà la sua evidenza. Ma se la natura istessa dei fatti non rispondesse all'accusa, gioverebbe a smentirla un documento della maggiore importanza.
Modificando la costituzione di Spagna, il Parlamento aveva prescritto che per ogni provincia si eleggesse un consigliere di Stato. S. M. si persuase che questa norma restringesse le sue prerogative. Non si stette allora in silenzio, e non si contentò di protestare. Usando anzi francamente dei regi suoi diritti, richiamò alla memoria dell'assemblea il patto sociale, il giuramento comune, l'inviolabile dovere di conservare le fondamenta della costituzione adottata. Mostrò in tal guisa di non essere egli men libero, allora quando aderiva alla rappresentanza del popolo, che allora quando resisteva alla di lei opinione. Se l'unità di questo caso è sufficiente ad escludere la soggezione del sovrano, non lo è meno a render noto l'accordo fra i due principali poteri che dirigon lo Stato.
Era questa la marcia sempre posata e prudente del nostro regime, allorché delle nuvole incominciarono a stringersi verso il nostro orizzonte politico. Gelosi della nostra indipendenza, non avevamo offesa l'altrui. Né ragioni di fratellanza, né opportunità di sito, né utilità di dominio ci avevano indotti a ricevere sotto il nostro patrocinio le città sollevate di Benevento e Pontecorvo.
Gli ambasciatori dei sovrani di Europa avevano goduto nelle nostre contrade di tutta la stima e di tutti i vantaggi che il loro grado esigeva. La nostra libertà era del pari innocente, che urbana e tranquilla.
Eppure i rappresentanti della nostra nazione trovavano chiuse le porte di varie Corti di Europa. Eppure delle penne vendute alla menzogna ed al biasimo, non tralasciavano di ventilar la fama della nostra anarchia.
La curiosità di sapere il motivo di questi modi spiacevoli, pareggiava la certezza di non averli meritati. Fra i nostri agenti diplomatici vi fu chi prese ad appagarla.
Ecco ciò che in data de' 14 novembre egli scriveva sull'uopo: «L'avversione dei gabinetti di Europa, a cagione del modo con cui la Costituzione si è ottenuta, sembra formare il nodo piú forte della questione europea per la sua essenza.