troppo mi fa mirando questa vermiglia toga!

Onde se a te minori dà il verso le debite grazie,

colpa ha la Dea che niega regger la penna mia.

Oh che leggiadri carmi udrai, sì tosto che avvezza

a' miei splendori nuovi si sia la Musa!

La valentia che questi epigrammi dimostravano, fu confermata a Lorenzo da' maestri dello Studio, tra i quali Marsilio Ficino che di quello scolaro prometteva grandi cose: anche meglio la confermò, subito dopo, il secondo libro dell'Iliade, recato in esametri latini, di colore e sapore virgiliano, e offerto a Lorenzo medesimo. Il primo libro ne era stato tradotto, per desiderio di Nicolò V, da un segretario della repubblica, il Marsuppini, morto nel 1453: non potea non piacere al Magnifico, che l'impresa fosse continuata a Firenze, sotto gli auspicii suoi; ed Angelo, che secondo l'uso degli umanisti si ribattezzava, dal nome della patria, in Poliziano, lasciò la casuccia di via Saturno, dove il cugino povero lo aveva ospitato, e salì le scale del palazzo mediceo in via Larga. Le salì certo senza borbottare il verso di Dante, che è duro salire le scale altrui: perchè egli era giovane molto, e sapeva la cortesia del protettore; e perchè l'umanesimo aveva raddolcite le asprezze del vivere medievale, ma anche, mi convien dirlo, scemato il vigore degli animi, e adusati i letterati e gli artisti a stimarsi artefici di diletto e di fama ai potenti, anzi che, come Dante fu, gl'interpreti e i vindici della rettitudine e della patria. Fatto sta che il Poliziano, disposto a celebrare, in gloria di Lorenzo, quasi una nuova Iliade, perfino il sacco spietato di Volterra, e sollecito pedagogo ai figli di lui, se ebbe sempre a lodarsi del padrone, si accorse anch'egli che il pane altrui sa di sale quando fu poi preso in uggia dalla padrona, madonna Clarice.

Ma tali fastidii sentì più tardi. Allora, godendosi la quiete operosa di che già avea disperato, attendeva alla versione d'Omero. Dalla quale non gli fu grave distrarsi per ammirare a Mantova le feste che il Gonzaga diede in onore di Galeazzo Sforza e Bona di Savoja sposi, nel luglio del 1471; per ammirarle e farvisi ammirare; poi che quivi, come volle il cardinale di Santa Maria Nuova, che l'avea conosciuto allora allora in Firenze, dovè, entro quarantotto ore e in quella tanta confusione, mettere insieme la favola d'Orfeo. Rammentatevi che il Poliziano, nato il 14 luglio del 1454, compiva proprio in quei giorni 17 anni.

Perchè fosse meglio inteso dagli spettatori, l'Orfeo fu in volgare. E forse spiacque allora al giovine umanista dover piegarsi, oltre all'angustia del tempo, anche a codesta necessità; tanto che poi si doleva, gli amici avessero conservato quell'abbozzo, e, pur assentendo che ormai vivesse, gli volle unita un'epistola a testimonio della sua riluttanza. Vero è che vi aveva cacciato dentro, per amore o piuttosto per forza, almeno una strofe saffica sua, e due distici d'Ovidio accomodati al proposito; ma troppo misero segno era quello della dottrina sua e di latino e di greco! Qualche anno dopo, quando a tutti egli appariva maestro nelle lettere classiche, s'intende invece che non senza un segreto compiacimento concedesse agli amici la favola improvvisata, in quella età e a quel modo, con tanta snellezza ed eleganza di rime. E il compiacimento gli sarebbe stato maggiore se avesse potuto prevedere l'importanza che un tempo si attribuirebbe all'Orfeo, primo esperimento certo di adattare ai metri e alle forme delle sacre rappresentazioni la materia profana. Un palcoscenico, più largo che fondo, diviso, a una certa distanza, da quella che oggi dicesi la ribalta, in due scompartimenti; al modo stesso che oggi vediamo, per esempio, nel Rigoletto; salvo che nel melodramma odierno è da un lato l'interno della casa, e dall'altro la via contigua, mentre nella favola antica le selve della Tracia stavano a ridosso dell'Averno, che gli spettatori dovevano immaginarsi sotterra; dalle selve e dall'Averno si facevano a mano a mano innanzi sul proscenio i personaggi; e supponevasi determinato il luogo dell'azione dallo scompartimento onde essi erano usciti. L'Averno, nel quale si vedevano vivi Plutone re, e Proserpina e Minos e una Furia, e s'intravedevano per artificio di pitture Issione, Sisifo, Tantalo, le Danaidi, Cerbero, le altre Furie, disse subito agli invitati del Gonzaga che l'arte del giovinetto omerico, come lo chiamava il Ficino, li avrebbe tratti nelle fantasie pagane; e la curiosità della festa, con quella novità, dovè accendersi più. Ed ecco, invece dell'Angelo consueto, Mercurio in persona a esporre l'argomento; e dopo lui, quasi a temperar la tristezza delle morti annunziate, un pastore schiavone, cioè trace, suscitare il riso ribadendo l'ammonizione agli uditori in un suo gergo strano:

State tenta, bragata; bono argurio

chè di cievol in terra vien Marcurio.