Fu più accorto un savio cappuccino, che fu l'ultimo guardiano nella casa di Pavia, come egli stesso piacevolmente mi narrò: egli trasse con molta disinvoltura dall'errore del fatturamento, non solo un paese, ma anche un buon parroco.

Resosi dunque il savio frate a tenere certe missioni in una parrocchia di campagna, il parroco gli disse d'avere molti suoi popolani indemoniati e che si raccomandava alle orazioni di lui, perchè potesse salvarli da tanta disgrazia. Il cappuccino che si vide alle mani un'occasione di liberare da un fatal pregiudizio molte persone, disse, che di voglia lo avrebbe fatto, che in verità predicando, aveva sovente visti molti presi da improvvisi scuotimenti; ma non temesse ch'egli recava seco una tale reliquia che valeva a cacciare Belzebù con tutta la sua schiera se fossero ricovrati in un corpo solo.

Ne fu oltremodo contento il buon parroco e confidò a credenza con alcuni quella ventura, e in breve lo spirito malvagio invase nuove persone, giacché il possedimento è simile alle convulsioni che si propagano per simpatìa, e da lì a non molto la chiesa fu piena di ispiritati, ed ispecie donne, che incominciando colle convulsioni, terminarono con gridare ed urlare disperatamente. Il cappuccino come vide gli animi presi a questa follìa, pose di venirne a capo, e disse al parroco essere presto ad esorcizzare una di quelle donne, ove però fosse delle più fortemente possedute. Il parroco ne fe' venire una che avea voce di essere più d'ogni altra perseguitata dal demonio, e il missionario fattasela cadere ginocchioni dinanzi, annunziò che metteva fuori una reliquia di gran santità che aveva seco e tutti la ossequiassero; e trattala di sotto alle vesti, tenendola avvolta in un bianchissimo pannolino, la innalzava in vista di molta devozione. La spiritata che appena egli levò la mano colla reliquia, era stata presa da alcuni scuotimenti, come vide avvicinarsele l'esorcizzatore, incominciò dal mandar voci alte o lamentevoli, e parole latine ed altre più strane ancora, che alcuni meravigliando dicevano ebraiche. Il frate parve commosso di tanto, poichè asserì accorgersi chiudere quella sgraziata in petto uno spirito di prim'ordine, ma però non ismarrirsi, nè dubitare che alla forza della sua reliquia quel maledetto sarebbe fuggito.

Indi incominciava dal recitare a gran voce parole latine e nomi ebraici, e posto sul capo alla donna il suo talismano, imponeva al folletto, con tremende imprecazioni, di uscire da quel corpo ormai reso sacro per le sue benedizioni: imponevagli di uscire per la bocca, e la donna era presa da subito impeto di vomito; il frate imprecava, e diceva di vederlo già spuntar per le corna, e la paziente seguiva a scacciarlo con ogni potere: finalmente quando il frate scagliò l'ultima maledizione e disse che lo spirito se ne andava, ella stanca, sudata, anelante con un gran urlo il cacciò fuori, e sana alzatasi corse allegra fra le braccia del marito, mentre tutti gridavano al miracolo.

Io strabiliava a quel racconto e il cappuccino soggiunse di aver seco ancora quella reliquia possente, e levatala di tasca, come già usò col parroco e cogli altri che gli faceano intorno maravigliosa festa per l'ottenuto prodigio, me la mostrò: era la sua tabacchiera di corno. Io risi, e il valoroso cappuccino mi disse che siffatta lezione riescì di gran profitto a que' superstiziosi, e aggiunse che radunati i mariti, insegnò loro un altro rimedio possente contro il fatturamento; cioè che preparassero alcune buone verghe di sambuco, legno che sortì dalla natura una potenza demonifuga, perchè nel nome racchiude qualche parte di quello de' santi; ordinò loro che in qualunque ora le proprie donne fossero agitate dai demoni, le sferzassero pure con quelle sbracciatamente, nè badassero ai loro pianti, perchè esse non pativano, ma sibbene il demone, e proseguissero a sferzarle recitando qualche orazione. I mariti seguirono quel consiglio, e il nemico sloggiò da quella parrocchia in meno di quindici giorni: furono tolti da grave errore non solo i mariti, ma i più savj sacerdoti: tanto potè conseguire un cappuccino di spirito.

CAPO VIII. SORTE DEI MAGHI E DELLE STREGHE.

Dopo tanti prodigj della magìa, omai cerchiamo la beatitudine delle streghe: doveano essere gente che avesse delizie per tutta la vita, solo triste il fine della pattuita perdizione: invece non aveano che l'ultimo, non se le portava il folletto, ma le martoriava l'ignoranza. Liberato un indemoniato, si dovea cercare a punizione chi lo aveva fatturato: si faceva incetta di maghi e streghe, si davano nelle mani della giustizia, e Delancre fu in Francia giudice che distribuì tanti castighi a maghi e streghe, quanti grani di tempesta cadono in un temporale, e se ne diede merito e stampò opere sulla magia, le quali concorsero a materiali di questo libro.

I. Come si conoscessero le streghe.

Guai al tempo degli incettatori di rei di magìa! La dottrina, lo studio dell'astronomia, delle scienze naturali era un dono funesto: i filosofi erano maghi: Bruno, Campanella, Francesco Stabili scontarono come fattucchieri il funesto dono della sapienza, sul rogo o nelle carceri. La vecchiezza, venerabile per l'età, era fatale, perchè andava associata al sospetto di stregonerìa. Si spiava la condotta delle vecchie, e ogni loro azione era indizio dell'arte che credeasi professassero. Se usavano la chiesa, era per vedere l'ostia nera e profanarla; se non vi andavano, era perchè avevano abbiurato alla religione; se si rendevano a pregare ne' cimiteri, profanavano gli estinti per fare maleficj.

Vi erano anche le prove per conoscere una strega. Quando si prendeva una persona sospetta di magìa le legavano mani e piedi, e la gettavano nell'acqua, e se veniva alla superficie era mandata al rogo come rea. Poi si svestiva per cercar se avesse sul corpo i suggelli di maestro Leonardo, si indagava se usasse piangere, giacché alle streghe era negato il beneficio delle lagrime: finalmente era chiamata ad esame e si persuadeva a confessare.