v. 3: «sono». L ha «son», a cui aggiungo una sillaba per la misura del verso.
v. 11: «Postra». Cosí dice L; ma deve intendersi che questa strana forma sia stata adoperata per necessità di rima in luogo di «poscia».
v. 14: «terso». Si osservi che nel dialetto pisano si usava spesso «s» invece di «z», quindi sta per «terzo». Qui ed altrove, lo dico una volta per sempre, mantengo questa forma ortografica dell'antico dialetto pisano, per la rima. S'intende che, negli altri casi, mi attengo alle norme di questa collezione.
Sonetto XVII. È in L.
v. 10: «sé 'n tempo». Aggiungo questo «'n», che non è in L.
v. 16: «vallo». L «valle».
v. 18: Questo verso è aggiunto nel margine di L da mano piuttosto antica.
Sonetto XVIII. È in L.
v. 16: «chi non è ad esso». Veramente L ha «chi non già 'l meno sottoposto»; ma che cosa mai significherebbero queste parole? Congetturo che «ad esso» si possa sostituire a «meno», riferendo «esso» ad Amore, e si debba togliere «già», che guasta la misura del verso e non è necessario pel senso. Interpetro dunque: Perché chi non è sottoposto ad Amore può venire tosto a perfezione di bene.
v. 17: «di ben a perfezion». L «di bea perfession».