Franc. — Aspetti, aspetti! Si ricorda che, nel mio libro di benservito, c'è una lacuna di tre mesi che gli dissi di aver passato all'estero? Era una menzogna; li passai in prigione.
Carlo. — Voi?
Franc. — Già... Ero stato insultato e percosso da un compagno che rifiutava di riconoscermi quale capo-fabbrica, e nella rissa ebbi la disgrazia di ferirlo gravemente.... Ma lei vorrebbe dire: una bella guarentigia di onoratezza l'essere stato in prigione! Eppure in fondo la c'è. Matilde non lo sa. Crede ciò che per compassione le ha dato ad intendere il mio principale d'allora, che m'aveva spedito in Francia lui. Lei sa che donna è mia moglie. Per amor mio ha abbandonato la sua famiglia agiata e signorile; per amor mio ha camminato delle giornate intere colla bambina al collo, soffrendo il sole, la sete, la fame; ma senza lagnarsi mai, senza cessare mai d'amarmi e di stimarmi come un uomo superiore alla sua sorte.... Ora mi dica un po' lei se io posso permettere che anima viva dica alla donna che forma l'unica felicità della mia vita: tu t'inganni; quest'uomo a cui hai tutto sacrificato, non è che un miserabile uscito dal carcere dei malfattori e degli assassini!...
Carlo. — Ella ne morrebbe di vergogna e di dolore!
Franc. — Comprenderà dunque come Bobi, mio compagno di prigione, minacciando me di una siffatta rivelazione e la mia famiglia della vendetta dei provocatori dello sciopero, abbia potuto obbligarmi a far causa comune cogli altri; comprenderà come la parola traditore dovesse farmi perdere la testa, come ora io sia ben contento di poterle provare che se nella ricchezza e nel sapere lei mi può essere superiore, nel sentimento dell'onore e della delicatezza, io operaio, posso ben farmi eguale a lei gentiluomo!
Carlo (pigliandolo per le mani). — Francesco! Cattiva testa, qualche volta, ma cuore sempre leale e generoso, che cosa vuoi? Vuoi essere mio amico, o vuoi che non ci ricordiamo che di essere stati entrambi soldati?
Franc. (abbracciandolo). — Ah! ora sì che posso essere suo amico, ora che mi ha fatto suo pari!
SCENA IV.
CARLOTTA dalla destra, quindi FAUSTINI dal fondo. Detti.
Carl. — Signor padrone, c'è il fattorino dell'uffizio telegrafico con un dispaccio.