Anna. — Non è mia figlia che parla così!

Egisto. — A tua madre? A tuo zio?

Agnese. — A te, non parlo che a te, che non staresti un'ora lontano da me senza sentirti strappare le viscere; a te che mi ami tanto, che vorresti che non amassi che te, e per questo ti auguri giorno e notte che Carlo veda cadere in rovina tutto l'edificio dei suoi studii e delle sue imprese, e vorresti per giunta che io assistessi col sorriso sulle labbra al martirio dell'uomo che amo, per l'eccellente ragione che egli non pensa come te! Ma se mio marito fosse un uomo da nulla od un uomo cattivo, io non l'abbandonerei; mi farei anzi più sua per difenderlo o ricondurlo all'amore del bene; pensa adunque se moglie di un uomo intelligente ed onesto come lui, io possa associarmi a te in questa tua guerra non so se più stupida o feroce!

Anna. — Ma sogno o questa è la mia Agnese?

Egisto. — Qui c'è un equivoco evidente, un grosso sbaglio!

Agnese. — Sì, il tuo: sbaglio di date. Tu credi ch'io sia sempre l'Agnese uscita dalla scuola; io invece da anni sono moglie e madre e sviscerata quanto ogni altra; eppure del cuore me ne resta sempre tanto da essere figlia e nipote riconoscente e rispettosa; ma quando mi accorgo che colla riuscita delle tue macchinazioni fai strazio di mio marito, io non maledico il tuo trionfo perchè già nè so, nè posso maledire; ma, per non correre un dì il pericolo di dimenticarmi che sei mio zio, piglio l'unica via che mi resta, e me ne vado.

Egisto. — Se ne va? E dove se ne va? A Firenze?

Anna. — Senza di noi a Firenze?

Agnese. — Non a Firenze; con mio marito a Marsiglia.

Anna. — Dio!