Agnese. — Finisci almeno di far colezione...
Carlo. — Non posso, mi rifarò a pranzo... (a Faustini) Favorisca nel mio studio.
Faust. — Signori... (esce dalla destra seguito da Carlo)
Anna (alzandosi con istizza). — Non potere star tranquilli un momento, non poter mangiare un boccone in pace, che è una vita questa?
Egisto. — Hai mille ragioni: una casa come la nostra per ordine e tranquillità non si trovava in tutta Toscana; e ora!... Ma perchè non ha voluto proseguire la sua carriera di ufficiale di Stato maggiore? Perchè non ha fatto come me, un bel nulla? Ci si abitua così presto!
Agnese. — Carlo non è ricco come sei tu.
Egisto. — O che pregiudizio! Si può far nulla con pochissimo; anzi, ci sono tanti che riescono a far nulla con nulla!
Anna. — Che nulla, che pochissimo! Carlo aveva le sue ottantamila lire; e colla tua dote, vivendo tutti assieme, io col fatto mio, tu colla tua rendita, si stava come tante pasque. Ma no, bisogna che egli sia tale quale suo padre! Suo padre possedeva centomila scudi, nientemeno. Ebbe la disgrazia di inventare una macchina a vapore, e quando tutti i giornali parlarono di lui, quando fu proprio celebre, fece punto, e fu bazza che si salvasse un sesto della sua ricchezza... e non dico il peggio!
Egisto. — Povero Pietro!
Anna. — E il figlio, per profittare della bella lezione, appena tornato dalla sua missione in Germania, mi tira subito fuori di cantina quelle care macchine del babbo, e per non essergli da meno in nulla, m'inventa anche lui non so che metodo di fusione, che semplificazione d'argani!