Egisto. — Oh! per questo anche chi non è operaio. Quando non posso mangiare o mangio male, sento che non valgo un fico secco.

Carlo. — Or bene, m'è venuta un'idea.

Egisto. — Se fosse venuta a me, non lo crederei; ma a te!... Insomma tu vuoi dar da mangiare ai tuoi operai, impiantare una cucina economica e dare a me l'onorevole incarico di assaggiare il brodo, di tastare il lesso, e di metterci l'odore. (con serietà comica) Carlo, questa missione mi onora; sono profondamente commosso, e accetto... Ma, un momento! Se l'ombra veneranda di Amerigo Vespucci alzasse il capo dalla sua tomba per vedere che fa il suo ultimo rampollo, che cosa direbbe, se potesse parlare, trovandolo in cucina con una cazzeruola di stracotto al pomo d'oro?

Carlo (solennemente). — Io credo che l'ombra veneranda, se potesse parlare, ne mangerebbe! Dunque la tua opinione?

Egisto. — Che opinione? Se non ne ho opinioni io! Se me la compro bell'e fatta e stampata tutte le mattine con un par di soldi!

Carlo. — Insomma contento?

Egisto. — Contentone d'ammazzare qualche ora di noia!

Carlo. — Mi basta. Se viene Faustini, fallo attendere; vado un momento nell'officina, faccio le paghe, e poi consacro alla famiglia tutto il giorno. (via dalla sinistra)

Egisto. — Non è questo di fare il cuoco agli operai l'ideale della mia vita; ma dei no gliene ho detti tanti... E poi sarà sempre meglio far saltare dei fritti in padella che il mio capitale nell'industria!

SCENA XI.