Oreste. — Tittirrittì, tittirrittimì, tittirrittilè! (ridono tutti)
Mart. (un po' piccato, ad Ambrogio). — Pazienza che ridano loro che sono toscani perchè ci sono nati; ma tu?
Ambr. (scherzando). — Cos'iin sti ciaccere? Se mi voglio, parli count ün accento pü se tüscanno de tucc' voi alter!
Genn. (come sopra). — Come sarebbe a dicere di tucci voi alteri? Se io volesse parlà tuscane, sanghe dello ciuccio, saprìa parlà meglio di molti professori, e anche di chilli addottorati... perchè quanno era piccirillo e ghievo a scola, a mamma me diceva sempre: va, figlio mio, e sturea; ca tu tiene una capa, anzi uno capone, da addiventà certo n'alletterate. E però s'io non sono n'alletterate, è sulamente perchè non aggio sturiato!
Gli altri. — Ah! ah! Bravo Gennaro!
SCENA II.
CARLO dalla destra, poi subito FRANCESCO dal fondo a destra. Detti.
Carlo. — Bravissimi! Tutti a fare la burletta, ed il primo di agosto è imminente! Dov'è il capo-fabbrica?
Franc. — Eccomi... eccomi...
Carlo. — È vicino il mezzogiorno e quella tempera non è ancora all'ordine. Questo fusto non è mica stato massellato a dovere, sapete. Siete tutti addormentati? Carbone al fucinale, attizzate; e voi, Bobi, di grazia, un po' meno flemma! Alla fiaccona di questo messere non ci badate mai?