Carlo. — Voi comandate in casa mia?
Bobi. — Un po' per uno; oggi tocca a me.
Carlo. — Ed io vi caccio all'istante, perchè dei mascalzoni pari vostri non ho che a guardare nelle bettole lungo la strada per trovarne a centinaia.
Bobi. — Dei pari miei a centinaia? La gli gira!
Carlo. — Ma Cencio, Gennaro, Martino, ditemi voi se io sogno, se è vero che voi lasciate bestemmiare così questo avanzo di prigione.
Bobi (respingendo gli altri). — Con me deve aggiustare i conti, con me solo!
Carlo. — Io parlerò a voi lavoratori, perchè, a farlo con lui, lo schifo che ne sento potrebbe rendermi ingiusto. Non vi parlo da padrone, vi parlo da amico. In poche officine si paga il lavoro come da me; in nessuna come da me vi si dà un tanto per cento sugli utili. Quale pretesa potete avere?
Bobi. — Quando ce la saremo intesa coi compagni delle fabbriche Faustini e Ramaccini, la saprà; intanto bisogna crescere la paga e scemare di molto l'orario.
Carlo. — Siete pazzi? Se vi cresco la paga non posso più lottare cogli stranieri che hanno in casa metallo e combustibile! Quanto a scemare l'orario vi ricordo che non è mezz'ora che m'avete promesso di crescere il lavoro!
Bobi. — E ora non si vuole più, oh! Che cosa è alla fin fine il vostro capitale senza di noi?