L'autore: — Davvero e proprio sul serio? O la sua trovata è di seconda mano come tant'altre che si fanno riguardo al nostro teatro finchè non ne abbiamo una storia intera e provata? In questo caso non ne arrossisca: le fanfaluche, i sofismi e le cantonate d'ogni razza sull'argomento sono così comuni che fra i loro autori si contano nomi di scrittori superlativi, quale il Gravina che confuse tutti i comici del 500 e del 600 fra gli imitatori di Grecia e Roma, provando per tal modo di non avere letto i quattro migliori, Aretino, Macchiavelli, Cecchi e Porta. Muratori disse che nessun poeta comico portò maggior danno morale del Molière. L'abate Galiani, a provare dopo il Gravina ed il Muratori cotanto benemeriti delle nostre lettere, che si può anche essere un uomo di spirito e dirle grosse, scrisse che «Il burbero benefico» che aveva udito leggere dallo stesso Goldoni, è la più scipita cosa del mondo. E per farla corta Lei la conosce a fondo questa Italia meravigliosa tanto per la riproduzione del carattere antico, quanto per la sua inesauribilità nel crearne dei nuovi? E la Francia la conosce..... quanto l'Italia? Abbia pazienza; ma il nostro paese per costumi, attitudini ed espressione di sentimenti è meno diverso nelle sue Provincie di quello che non sia la nostra buona vicina dalla Moriana alla Brettagna, dal Giura alla Guascogna, dall'Alsazia e dalla Lorena a Marsiglia.
Quel signore: — (rincarando) E sia; ma è vano sperare intiero sulla scena l'uomo che fuori della scena intiero non è!
L'autore: — L'ho già intesa da altri; è una bella frase che riempie la bocca; ma, scusi, erano intieri o già non decadevano i Greci d'Aristofane, i Romani di Plauto e di Terenzio? Non è appunto quando gli italiani erano più guasti che s'è scritta quella stupenda «Mandragola» che la fortuna — me lo lasci dire — ha voluto darmi il vanto di rimettere per il primo dopo più di tre secoli sulla scena col plauso concorde del Pubblico e della Critica? Non è appunto quando gli Italiani non credettero più a Savonarola che al Pontefice che sorsero i cinquecentisti e s'ebbe poco appresso la commedia dell'arte, meraviglia del mondo civile e privilegio d'un popolo d'improvvisatori? Ed erano intieri gli Spagnuoli del tempo di Calderon, gli Inglesi dello Shakspeare, i Francesi di Molière, gli Italiani di Goldoni? Se i poeti drammatici fossero grandi in ragione diretta della interezza dei loro concittadini e della conseguente grandezza della loro nazione, l'Inghilterra moderna signora dei mari e potente quanto Roma antica, non camperebbe teatralmente di raffazzonatori, e la Germania, dove un popolo immenso disciplinato dalla volontà disperata d'una patria ha saputo gittare ai piedi dell'ara della sua futura grandezza ogni tradizione ed orgoglio di Provincia, dove giganteggiano uomini tutti d'un pezzo come il Cancelliere di ferro, Moltke ed il vecchio Imperatore, avrebbe già numerato a decine i degni successori di Lessing, di Schiller e di Goethe. E badi che cotesti Inglesi e Tedeschi posseggono per soprammercato due lingue fra le tre parlate in tutto il mondo!
Quel signore: — (sempre più in via di scoperte) Tutto questo non prova se non che veniamo dietro a tutti gli altri...
L'autore: — (compiendo il pensiero, ma a modo suo) Nell'avere un giusto criterio di se stessi. Sì, abbiamo anche noi aristocrazie frivole, borghesie ridicole per la boria delle ricchezze e la supina indifferenza per ogni cosa che non soddisfi la vanità e l'interesse, e plebi, specialmente dove si campa di forestieri ch'è quanto dire di accattonaggio, stemprate e impotenti a sollevarsi dall'unica brama dei piaceri bestiali; ma, a guardarci bene e potendo far confronti, da noi la boria, la frivolezza e anche la bestialità sono sempre temperate da quella moderazione che è la vera forza del popolo italiano e che tanto più si sente e s'ammira quanto s'è più visto e studiato in casa loro gli stranieri. Grazie a questa moderazione in Italia ci si travaglia meno sconsolatamente per la soluzione dei problemi sociali, e se la smania dell'arrivare là dove spinge furiosa la cupidigia e l'ambizione è anche qui il più cocente tormento del nostro tempo, è meno che altrove vertiginosa e sfacciata. Così pure la cieca vanità per la nascita, il grado e la ricchezza è da noi sempre meno pretensiosa e soverchiante che in qualsivoglia paese, perchè aleggia tuttora nelle nostre classi privilegiate un soffio dell'antica semplicità democratica, e nelle infime un senso di gentilezza che educato potrebbe renderle superiori ai pregiudizi dell'invidia e farle scampare ai politicastri, due bei miracoli. Dia tempo al tempo, mio caro signore, e vedrà che questo popolo appena sarà disciplinato e sicuro del proprio valore, piglierà il suo posto e molto più in su di quanto lei creda ora, e non cesserà intanto di fornire all'osservatore tipi ammirabili e curiosi.
Quel signore: — (con un sogghigno infernalissimo) Insomma Lei ci vuole dare ad intendere che senza codesto suo disprezzo di se medesima l'Italia riacquisterebbe subito il primato nella drammatica!
L'autore: — (colle tasche piene) Neanche per sogno, subito: ma mentre renderebbe il debito omaggio alle migliori composizioni d'ogni paese, sarebbe meno facile ammiratrice di ogni minuteria forestiera e più benigna e sollecita per gli scrittori che e nell'inspirazione e nella forma le rimangono fedeli.
Quel signore: — (con uno scroscio) Lei mi fa ridere...
L'autore: — Troppo onore!
Quel signore: — Voglio dire che mi fa pensare...