Pier. — Oh! guarda; non lo sapeva!... Ma e il pubblico?
Batt. — Il pubblico d'allora? Era tutt'altra cosa. Quel pubblico là non andava al teatro che per divertirsi e per ridere, e per questo quando s'arrivava in Francia, in Baviera, in Austria, in Boemia e nei Paesi Bassi, ci veniva incontro a braccia aperte gridando: benvenuti i comici italiani, evviva! Sapeva il buon pubblico che con noi non c'era pericolo di doversi sorbire le commedie che colla scusa della letteratura non fanno nè ridere, nè piangere, e intanto ognuno s'ingegnava di capire e di parlare la nostra fiorita e sonante lingua d'Italia. Oh sicuro, che qualche volta il nostro gesto passava un po' il segno, lo scherzo, la misura; ma allora il mondo era più alla buona, chiamava più le cose col loro nome e capiva che se c'era il peccato non c'era quasi mai l'intenzione, la malizia. Ebbene, ora sono quasi cinquant'anni, è venuto fuori a Venezia uno scrittore italiano, s'intende, a dire: questa commedia a soggetto colle maschere che i soli italiani sanno fare, buttiamola giù, e rifacciamo anche noi la commedia scritta in cui il comico non è più quasi nulla e il poeta è quasi tutto.
Pier. — Non gli hanno mica dato retta a quel birbante?
Batt. — ... Sulle prime, no; ma poi dàlli e picchia, finì per vincere: lui alle stelle, e noi... alle stalle!
Pier. — Maledetto!
Batt. — Il resto del carlino ce l'ha dato prima l'Opera e ora la rivoluzione, la quale come sapete, sospetta i comici di simpatie reazionarie, manda questi all'armata, ficca quegli altri in prigione ed obbliga i pochi rimasti sulla scena a farsi brutto strumento di vendetta e di derisione.
Pier. — E voi?
Batt. — Io a quest'ultimo rovescio piglio il mio coraggio a quattro mani... e mi nascondo. Ma le provvigioni finiscono presto e bisogna pure uscir fuori per cercarne! Ohimè! Appena in istrada, allo svolto di via Richelieu qua sotto, sento dietro di me due o tre fischi, come se chiamassero un cane. Io, bestione, dimenticando la differenza che corre fra il fischiare un cane ed un comico, mi volto!
Pier. — Che differenza?
Batt. — Il cane si fischia per chiamarlo e il comico per mandarlo... Voltarmi ed essere riconosciuto è un lampo. È lui, il comico, Arlecchino, l'italiano, l'aristocratico... alla Senna! — E un nuvolo di manigoldi si slancia sopra di me... Ma io non mi perdo mica di coraggio...