Nanni. — Vi farà un bell'onore uno sbarazzino di quella fatta! (una pausa).

Fior. — Babbo, lascia che ti faccia una domanda. Io aveva pochi anni quando la zia buon'anima mi prese con sè... Ella fu per me quasi una madre. Dopo dieci anni io ritorno con voi, e quando parlate di me alla gente del vicinato mi levate a cielo perchè ho voglia di lavorare, mi piace di essere pulita, ed ho imparato, in grazia della povera zia, un mestiere, e so leggere e scrivere... Dunque se la zia ch'era una povera donna potè educarmi così, e voi siete tanto contenti di me, perchè non tirate su nello stesso modo anche Oreste?

Nanni. — Chiedine alla sua mamma. Io non ho tempo da buttar via con lui.

Maria. — Senti, almeno, almeno non lo fare uscire di casa con quelle povere scarpe rotte...

Nanni (cantarella fra i denti).

Maria. — Nanni, mi pare che lavorando tutte e due giorno e notte si abbia pure il diritto di dire una parola.

Nanni (si alza e scende). — Ma che diritto? Ma che mi state a rompere le tasche col figlio, le ciabatte e il diavolo che se le porti! Io so dove volete venire coi vostri discorsi... Ebbene sì, ho giuocato, giuoco e giuocherò fino a che non abbia vinto... Oh!

Fior. — Intanto tu perdi un monte di denari.

Maria. — Ah, se tu dessi retta a chi ti vuol bene!

Nanni. — Non vi voglio forse bene io? Non è forse per vedervi felici, ricche, che mi sacrifico tutte le settimane?