Pippo comprò una carabina ed in poco tempo divenne il più destro cacciatore di quelle alpi. Di quando in quando inviava alla fanciulla del selvaggiume. Scoprì un giorno appiedi delle orrende diacciaie di Cavergno una camozza col suo nato: decise di ammazzare la madre per avere vivente la piccola — fermò di averla ad ogni costo.
Chi sa contare quante volte il cacciatore corse pericolo di morte? I camosci, in grazia del sottovento, sentirono l'appressarsi dell'uomo, valicarono le creste difficili del Kastel con piede snello e sicuro. E Pippo su per le roccie, dietro ai veloci animali. I quali s'erano indirizzati verso le giogaie del Thallihorn, sfiorando appena la cornice a picco, al di là del lago di Kastel, sull'abisso che si sprofonda giù giù fino al vallone di Kerback. Pippo, sicuro che per stanchezza la capretta non potrà correre lontano, s'avventura su quel passo, largo due palmi, fra il cielo e l'inferno — sente smottarsi sotto ai piedi il sentiero — non s'arresta; si mette carponi e così valica l'abisso, in fondo al quale, laggiù, acute roccie stendono in su le loro scarne ed affilate mani bramose di sangue.
Il capretto alfine è quasi sfinito dal correre, e giace oltre il burrone della Toce a pie' della madre che lecca pietosa ed accarezza il nato, e guarda attorno con sospetto. Se Pippo giunge a varcare inosservato il burrone, le selvaggie creature sono sue. Bisogna dinoccolarsi al fondo e risalire la parete opposta. Ma se scivola sopra malsicuro sasso il piede? Sei morto. Se staccasi sopra il capo un macigno da lungo tempo desideroso di riposare in fondo all'oscura fossa? Sei seppellito. È facilissimo nella discesa repente avvallare a fascio; e non sarà impossibile arrampicarsi pell'ertissimo muro di fronte? E se mentre tu corri manifesto pericolo di orrenda morte, un sasso maledetto cade sonando sulle pietraie ed avverte la camozza? Mille terribili pensieri attraversarono come sinistro lampo la mente del cacciatore... ma Catterina, quando le avesse condotto la svelta capretta, come gli sorriderebbe!
Scivolò al fondo, s'inerpicò — dopo dieci prove — sino all'orlo opposto del burrato, e di là, fra le scabre roccie imberciando con mano ed occhio sicuri la preda, scoccò il colpo. La palla sibilò acutamente — tutti gli echi si destarono — quando il fumo si diradò, vide la camozza fare ancora due passi, inginocchiarsi e cadere spirante presso il lattante... Povera ed innocente bestiuola! Ma che non vale un sorriso di Catterina?
Il lattante smarrito trillava di dolore senza fuggire, sicchè Pippo potè di leggieri impadronirsene. Catterina lo accettò con festa, gli cinse il collo d'una rossa collana a cui penzolava uno squillante campanello, e lo diede ad allattare ad una capra. Ella stessa lo conduceva ai pascoli della Frua, tutta lieta di vederlo sì gaiamente saltellare.
Da qualche tempo Pippo non s'avventurava più alla perigliosa caccia dei camosci: ritornava dai monti carico di pietruzze, delle quali alcune bianche come il latte, altre porporine come le labbra di Catterina, altre screziate d'oro. La cera raggiava di speranza e d'amore. Gli era apparso il genio delle Alpi e gli aveva indicato una caverna in cui stava nascosto un ricco tesoro di preziosi metalli e di rarissime perle. Il pavimento era tutt'oro — le pareti a colonne di malachite, smeraldo e lapislazzuli — il vôlto stellato di rubini e di granati.
Da quel dì la ruggine cominciò a serpeggiare in arabeschi sulla canna della carabina dimenticata in un canto della casa, ed i ragni a tessere le loro tele polverose sull'acciarino.
In quella un congiunto gli scrisse da Roma non indugiasse a partire a quella volta, gli affari procedere con meravigliosa fortuna; avrebbero diviso come le fatiche i frutti. Pippo sorrise alle esortazioni degli amici e partì in sua vece un altro.
Egli vendette la fidata carabina e s'avviò all'Anzasca. Poco tempo appresso ritornava con alcuni di quei valligiani che saggiano e conoscono la virtù d'ogni pietra.
La domane — appena s'inalbava l'orizzonte — con cinque altri giovani robusti, muniti di vanghe e di acute marre, tutta la frotta, Pippo in testa, s'incamminò spedita verso il Griesberg; a Bettelmatt penetrò nel deserto androne del Gemmsland, e, accesi branchi di pino, entrò nel tenebroso speco. Appena la luce delle torcie resinose arrossò la bocca dell'antro, un urlo spaventevole gelò il sangue e la parola ai compagni — ed un lupo si slanciò rabbioso fuori di quelle tane — ma Pippo non aveva più la carabina, ed il lupo fuggì ratto. Triste presagio! Pippo ed i suoi amici scavavano con ardore e trasportavano al sole un mucchio di pietre, ed i minieratori le esaminavano attentamente una dopo l'altra. A mezzo il giorno questi ultimi dissero ad alta voce: non v'ha qui indizio d'oro nè di granati. Pippo impallidì! I compagni pietosi lavorarono fino a sera, secondando la febbrile ansietà dell'amico. Venne la sera senza che nulla si fosse scoperto; le pietre scavate con tanta fatica e tanta speranza non avevano valore di sorta. Pippo stava tuttavia lavorando quando i tizzoni si spensero. Nessuno osava far motto. Oscurata la spelonca, Pippo si coricò estenuato sulla soglia di quell'antro malaugurato, gemendo; bagnava la polvere col sudore che gli gocciava dalla fronte; ma non una lagrima sola. Chiamatolo invano, i compagni coi minieratori discesero prima della notte nella valle.