Antonio Guenza era il più scapato ragazzo della valle, da Crevola al Gries; indole e persona senza paura, indomita, a tutta prova. Io, colla vostra buona venia, avrei una smania da non dirsi d'imitare i grandi maestri di biografie, i quali convengono tutti che i loro uomini illustri, piccini (anche a loro tocca nascere, poppare e fare tutte quelle altre cose che voi sapete), dimostravano una gran voglia di studio, una precocità d'idee straordinarie nella loro testolina da far prevedere qualcosa di grosso, sicchè tutto il resto della vita non è che una rettorica amplificazione della prefazione. Antonio Guenza invece era sempre al banco dell'asino della scuola: — se c'era la scuola — e il primo a scaraventare pugni a iosa a chi non la pensava come lui, malgrado la sferza dell'amoroso babbo a cui non veniva fatto di tenere il figlio fra le domestiche pareti, nemmeno sprangando la porta col catenaccio.
Antonio era come l'aria natia; passava da tutti i buchi, correva sulle più perigliose cornici montane, e nell'inverno scivolava a precipizio per le chine più repenti coll'impassibilità con cui altri scenderebbe una comoda scala. Nutriva poi un disprezzo senza confini per le siepi, principalmente dei frutteti. Alla sera l'appetito più che la stanchezza lo menava a casa, ove lo attendeva la solita tirata d'orecchi e un po' di cena, dopo la rammanzina del povero babbo ed il serio proponimento che al domani senza fallo — avrebbe ricominciato da capo.
Pensate se con quell'indole poteva starsene a lungo fra i quattro monti dell'Antigorio! Questa storia succedeva or sono più di due secoli — vi fo grazia della data — quando la Lombardia era tutta vesciche gonfie di Spagna.
Un bel dì — forse grandinava!... granchè quest'usanza di parole! — un bel dì adunque quel Toniaccio scompare. Il babbo amoroso alla terribile notizia si sentì proprio sollevare dal capo un gran peso; forse se n'era ito a Roma a fare il fornaio, il famigliare di qualche prelato... chi sa? forse il frate?
Zitto: ecco una missiva dell'Antonio al caro babbo.
— «Voi mi cercate... (che granchio a secco!)... invano. Sono già abbastanza grande per sapere che senza denari non si fa un icchese. Se non diventerò papa Facchinetti, non importa; ma ritornerò a casa ricco ancor io e potente. Non bevete tanta acquavite se volete conservarvi alla mia fortuna.» —
Passa un mese, un anno, due, cinque, dieci, quindici e nessuno sente favellare di Tonio.
Una triste giornata d'autunno, presso uno dei più remoti villaggi dell'Antigorio, cinque o sei birri giungevano alla casa del vecchio Guenza, debitore di non so quali gabelle alla Corte di Domodossola. Essi stavano per compire la loro bisogna, ch'era di portare via il meglio dell'abituro e di confiscare in nome dello Stato il peggio, quando di buon trotto un cavaliere sui quarant'anni, dal viso di bronzo, armato di spada e di pistole, giunse alla porta della casipola mentre il vecchio litigava coi gabellieri.
Il nuovo arrivato chiese al vecchio di permettergli di mettere a sosta la cavalcatura trafelata, e di potersi riposare all'ombra dei castagni che stavano là intorno, e senz'altro, come a promessa di più larga rimunerazione, fatto portare un capace fiasco di vino da una osteriaccia vicina, offerse agli altri di dividere con lui il rezzo dei castagni e la bevanda. Al generoso signore nessuno disse di no.
Tracannato il fiasco, lo sconosciuto disse essergli saltato il ticchio di mangiare due castagne arroste, se era possibile; al che gli astanti risposero che se ciò talentava alla sua signoria illustrissima essi ne avrebbero sbatacchiate, e in poco d'ora fatte cuocere; e già uno d'essi s'era levato per andare in cerca d'una pertica, quando lo sconosciuto s'alzò d'un tratto, e disse: