A proposito delle nazioni, la questione sanguinosa della loro indipendenza è sciolta dai doganieri — quando si ritrarranno ai confini naturali. Tuttavia, penso, se in quest'età meravigliosa in cui ogni dì annienta un secolo di tradizioni senza che si possano prevedere i prodigi della domane, la famiglia umana si confondesse in un fratellevole amplesso — concedetemi un istante l'ipotesi stranissima — dove, domando io, dove n'andrebbero le miriadi dei doganieri che incorniciano i mille regni?

Proporrò il quesito alle disquisizioni degli economisti, degli umanitari, e di quanti s'avvisano di riformare la commedia comico-seria del mondo — a meno che in questo frattempo si scopra mezzo di rilegarli (parlo dei doganieri, è chiaro) nel mondo dei miti in compagnia di tante altre anticaglie.

È tempo di fare ritorno alla nostra cittadina, da cui mi fece digredire il mal vezzo di camminare balenando corpo e mente, peccato di cui farò penitenza d'or innanzi col correre per qualche giorno la carreggiata della strada maestra, senza neppure guardare colla coda dell'occhio quanto m'invitasse a varcare la siepe ed a visitare ciò che non è nel programma tracciato sul nostro portafoglio. Ritornando adunque alla cittadina, dirò che nelle successive visite appresi che non solamente poche città hanno relativamente tante caritatevoli instituzioni quant'Arona, ma che io avrei preso un solenne granciporro se l'avessi giudicata dalla scena di cui io stesso era stato testimone.... tanto è vero che tutto è apparenza!

IV. Viaggio al naso del S. Carlone. — Angera. Dalle corti d'amore al mormonismo.

La più bella passeggiata nei dintorni d'Arona è la salita del poggio su cui s'erge il monumento a S. Carlo, che per la mole il popolo suole chiamare il S. Carlone. Esso appare da quasi tutto il bacino da Taino a Belgirate, ed è bello vedere dal lago quel titano disegnare sull'azzurro del cielo la sua figura tranquilla.

Ammezzo la salita incontrai un cortesissimo Bavarese che si recava pure lassù, per giudicare co' proprii occhi se la colossale statua della Bavaria nel Valhalla presso Monaco la cedeva in fatto d'arte alla rivale italiana: ammirai la suscettibilità del Tedesco, il quale, poichè d'improvviso ne apparve sulla vetta il S. Carlone, dopo attento esame, colpito dalle mirabili proporzioni di tanta effigie, e dalla dignitosa e ad una soave espressione dell'immortale che benedice alla sua patria, confessava candidamente che se il monumento italiano era condotto meno splendidamente del bavarese, di contro per valore artistico e per situazione gli era di gran lunga superiore. Gloria adunque al Crespi che lo disegnò!

Anch'io volli sedermi nell'interno di quel naso famoso; e quel dovermi arrampicare per un camino oscuro e pieno di schifosi ragnateli e di pipistrelli svolazzanti, spingendomi in su colle mani e coi piedi per certi piuoli di ferro — pericolosa ginnastica che meriterebbe all'ascensore almeno un'indulgenza — mi suscitò il dubbio che il Santo abbia suggerito all'artefice questa paurosa scala, onde ognuno pensando alla probabilità di rompersi se non altro il collo, sia richiamato ai giovevoli pensieri della morte dal tripudio fascinatore della natura che festeggia attorno lo sguardo. Chi lo sa!

È vero che il dabbenuomo che dal vicino collegio vi reca una lunga scala per salire sul piedistallo e di là ad un buco — non posso assolutamente dirla una porta, nè una finestra — ripete a tutti che per privilegio concesso dal Santo nessuno mai si ruppe il surriferito osso del collo. Chi sarà il primo? Non io senz'alcun dubbio, avendo dopo la fortunata mia discesa giurato di non cimentare mai più la buona fede del dabbenuomo sulla validità del suo privilegio. Del resto — senza danno del privilegiato — direi che di lassù la vista non corre più lungi gran cosa che dalla vetta del poggio.

Sotto e sopra il quadro che ti si para distoglie assai presto dall'osservare il monumento, se non dal pensare a chi raffigura, quantunque meritamente S. Carlo sia il personaggio storico-religioso più popolare nella Valle del Po, per non dire in tutta l'Italia.

La collina del Vergante che alla mia sinistra abbraccia il lago declinando a Belgirate, tutta verzura e fiori, è sì vaga nelle sue curve; alla destra i facili poggi di Dormeletto e di Borgoticino corsi dalle vaporiere fumanti mi traggono col pensiero ai giardini liguri; il cielo e le onde quete sorridono con tanta armonia, che — se uno zingaro potesse gonfiare vesciche — direi che la natura canta sì bene le glorie dell'immortale che la melodia v'assorbe interamente a scapito del soggetto!