— E se potesse servire a castigo di un impertinente?

— Allora, capitano, converrete che vi starà bene anche il castigo del prepotente, non è vero?

L'alpigiano trasse di sotto una pistola a due bocche, luccicante, e coi congegni della piastra sì forbiti da non lasciare dubbio sugli effetti dell'acciarino, e la pose allato alla ciotola che aveva recato ser l'oste, come una posata. Sulla cera del capitano lampeggiò un istante ira mal repressa: ficcò negli occhi all'alpigiano uno sguardo acutissimo, che questi sostenne senza batter palpebra.

Dopo cinque minuti in cui corse alla mente del capitano un mondo di pensieri, fra cui il più insistente era quello di sparare con destrezza l'arma sua a bruciapelo sull'Anderlin mentre quest'ultimo badava, facendo tuttavia il Gianni, a non lasciarsi sorprendere dall'avversario; dopo cinque minuti che parvero un secolo, il capitano prende la pistola — Anderlin fa lo stesso — la disarma, la ripone nella cinghia della durlindana, ed offre a trincare alla propria salute.

L'Anderlin respirò liberamente ed accettò.

Dopo qualche tempo l'Anderlin inerme incontrò nella salita delle casse il capitano che scendeva. Il passo stretto, il precipizio lì sotto: se l'Anderlin non cede la destra e non arresta i suoi muli, il capitano è obbligato a ritornare indietro o ad aggavignarsi alla parete montana, cosa poco dicevole all'orgoglio di un capitano di S. M. cattolica. Il capitano anche senza fare uso delle armi poteva spingere a rifascio le some nel burrone e ridurre l'Anderlin a mal partito. L'Anderlin fermò le cavalcature, e salutò il Guenza senza timidezza, e questi, passandogli allato, gli disse:

— Buon dì, Anderlin: sapete cosa penso io adesso di voi?

Rabbrividì l'onesto mulattiere a queste parole che potevano celare un disegno mortale contro di lui senza difesa; tuttavia rispose:

— Che, se non bene?

— Penso che voi siete la più stimabile persona della valle. Buon viaggio.