Stanco della faticosa salita, dopo d'aver visto le tenebre sorgere dagli abissi e coprire tutte le valli, sentendo che i miei compagni russavano saporitamente, salutai i due fantasmi dello Stafel, m'acconciai anch'io alla meglio e il sonno, come avviene a tutti, mi sorprese senza che me ne avvedessi sul nudo macigno fatto meno ingrato dalla spossatezza. Sennonchè a mezza la notte un vivo bagliore attraversando le palpebre mi scote, uno scoppio tremendo che pare faccia traballare i monti e sfasciare i picchi mi sveglia affatto.
Cupa, densissima oscurità rotta di minuto in minuto da sfolgorantissimi lampi: funebre silenzio interrotto solo dal fragore del tuono. Il temporale si abbassava e noi eravamo a mezzo le nubi. I lampi spesseggiavano vivissimi; il tonare assordante minacciava il finimondo, ed io m'aspettava ogni istante un fulmine spezzasse la roccia che ne pendeva sul capo. M'era seduto sopra una pietra tutto intento al guizzare delle saette, come quel pittore che nella tempesta s'era fatto legare all'albero d'una nave per meglio avvisarne le fasi. L'uragano nel massimo furore era disceso sotto ai miei piedi, mentre sopra il capo scintillavano le stelle: scena unica!
Dopo la tempesta sul mare, la tempesta sulle alpi non ha spettacolo che la pareggi. La grandezza del luogo, il rapido alternare dei lampi che s'incrociano; gli echi che con mille diverse voci dalle caverne sonore addoppiano lo strepito; la furia del vento che urta, ammonta, sperde le nubi infiammate; il contrasto della scena infernale colla serena luce del cielo stellato; la solennità della solitudine; gli abissi a tratto a tratto rischiarati dal profondo all'imo; il pericolo d'essere incenerito; tutto t'empie l'anima di novissimo terrore, poichè il tutto ferma una satanica apologia della forza strapotente! Le sinistre voci del tuono e dell'aquilone non mi dimostrano forse che nella natura stessa la forza trionfa sopra il debole senza difesa? Chi difende il pino dall'ira del fulmine che lo schianta in mille schegge? Mentre imperversa la procella, chi difende dal lupo insidiatore le atterrite pecore? E se l'avoltoio, l'aquila od il lammergeier mostruoso si precipitano sul piccolo agnello, potrà egli senza difesa respingere l'assalto? Tutte le più utili e graziose creature sono deboli, indifese, quasi affidate al soccorso dell'uomo. Lo schifoso ragno vive molti giorni senza cibo: un rovescio di pioggia abbatte la farfalla dall'ali curiose: la spina resiste al rovaio, alla grandine, al sollione; il vento sfoglia, sfronda, sterpa ogni gentil fiore. Invece con quale studio geloso la natura armò i prepotenti d'artigli di ferro, di denti adamantini, di acutissima vista, di agilissimo passo, di potentissime ali! Se fosse dato un giorno ai percossi vestire una volta sola la corazza degli assalitori, non farebbero essi scempio dei loro nemici in nome della giustizia?
Non sarei tuttavia sicuro che la pecora imbaldanzita dalle novelle difese, non passasse armi e bagaglio nelle fila dei lupi.... è sì innebbriante la voluttà del potere!
L'uragano spariva, e le nubi, come immense fantasime correnti per l'aere caliginoso sui bianchi destrieri sferzati dal vento, spaziavano per ogni parte del cielo senz'interrompere l'alto silenzio che col sibilo dell'aria rotta dalla veloce corsa.
Passavano presso di me, guardavano meravigliate il loro osservatore e s'involavano. Una di esse, isolata dalle legioni, quasi perduta in mezzo a quella confusione, errava a minor passo attorno alla vetta. Oh quanto bella malgrado il pallore della morte! Quanto amore da quegli sguardi, da quella cera mestamente soave! E quelle folte, lunghissime chiome conteste di fiori che scherzavano sulle spalle? A breve tratto dalla vetta, il corsiero dagli occhi corruscanti rallentò il passo, sì che io, fatto ardito dalla brama di sentire quella errante, alte levate le braccia, pregai dalla bella una parola...
Oh! se mi fosse dato inforcare con te il velocissimo corsiero e scorrere pei campi del cielo immensi come il desiderio sopra tutte le plaghe terrene, dal deserto del polo ai giardini dell'oriente! Ma la voragine che s'inabissa ai miei piedi m'avverte della vertigine che con sguardo affascinante m'avrebbe attirato nelle sue braccia... Almeno, diss'io, mi racconta quanto vedesti nella tua lunga pellegrinazione. Dimmi, l'uomo, quest'essere che doma il fulmine e non sè stesso, è ovunque il medesimo? Dove ha egli conquistato quella libertà che è sì cara? Non hai tu visto in qualche ignorata tribù delle Indie o delle Americhe avverati i sogni d'un anima generosa? Dove s'imparò ad ubbidire e comandare col Vangelo? Una sola parola dimmi, di grazia; qual è il motto che riassume quanto imparasti in tanto giro di zone sull'uomo? —
La fantasima che aveva ascoltato benigna le curiose interrogazioni dello zingaro, crollò il capo in atto di diniego, e spronato il cavallo ratta s'innalzò da quel vertice... Se non che voltasi addietro e vistomi tuttora colle mani supplichevoli, tracciò nell'oscurità incerta della notte una parola colle dita scintillanti... Atterrito guardai quelle parole di fuoco che fiammeggiarono un istante nella tenebrìa, e lessi:
CONTRADDIZIONI.
················