Mezz'ora dopo quell'io che mi rammentava poc'anzi con sdegno di quel gastronomo, il quale sclamò al finire della mensa lussuriosa: felice chi ha fame! quell'io stesso usciva dall'albergo satollo ed indignatissimo sulla volgare ed animalesca indole del gusto; e sì che se non aveva assaporato i manicaretti più delicati, l'appetito m'aveva fatto golosi anche i cibi più anacoretici: l'asino malsazio coglieva colle labbra penzoloni gli ultimi frusti del pasto insufficiente.... Quel certo gastronomo l'avrebbe — a pancia tesa — invidiato con ragione, poichè il senso del gusto poco su poco giù desta gli stessi stimoli e dà la stessa soddisfazione all'uomo ed agli altri animali — non razionalisti. Nella stessa sera di quel giorno incontrai due tomi; mi vollero secoloro a cena, cena largamente inaffiata dai vini meglio spiritosi del Piemonte.
Alla domane mi svegliai tardi, e col capo indolenzito; la prima parola pronunciata da me fu per chiedere dell'acqua.
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«Non so veramente quanto le dissi — forse quanto le diceva da un anno — ma troppo mi rammento com'ella all'inesperto amante, accomiatandolo, dicesse all'orecchio una parola per cui il povero giovinetto nell'uscire da quelle stanze, tentennante come un ebbro, fu lì lì per ruzzolare lungo le scale.
«Domani! Rinuncio a descrivervi le vertiginose aberrazioni della mente in quelle eterne ventiquattr'ore; vi basti il sapere che quello era il primo amore e che d'amore non aveva pur anco conosciuto altro che i tormenti..... Quelle furono ad una le più dolci e le più affannose ore della mia vita: temeva di vedere giunto l'istante e lo sospirava... povere illusioni d'un cuore ardente! . . . . . . . . . Alla fantasia che guidava pei campi eterei i sogni immacolati dell'amore virginale, in quell'ora fatale si spennarono le ali possenti, e cadde giù turbinando nelle melmose plaghe della materia....»
Salve, o del cielo primigenia figlia,
O dell'Eterno coeterno raggio,
Se tal nomarti senza biasmo io posso,
O sacra luce!
Hosanna in excelsis! Eccoci sul Monterone!