— Sento che il poverino non è nemmeno morto qui, in paese! Lontano dalla sua parrocchia!
Egli mi teneva forse per qualche terrazzano: nondimeno quand'egli seppe che io non era del paese e che anzi ignorava appuntino di chi parlasse, aggiunse:
— Non è del paese..... tanto peggio o tanto meglio per lui. Ma, la senta, io ho un grande bisogno di sfogare con alcuno il mio dolore, e se il mio presentimento non m'inganna, non la vorrà deridere la fiducia d'un pover uomo.... Esciamo dai borgo.... la veda; io arrossisco, col mio abito, di piangere così in mezzo alla strada... E sono anch'io un uomo, alla carlona, ma un uomo, e il pensiero che quel caro Don Bussolini sia morto così male mi strozza la parola in bocca.... Ed io non sapeva niente, io che sarei calato dalle mie montagne a salvarlo, io che conosceva quell'anima così bisognosa d'un cuore in cui versare la piena di tanti dolori! Ma io non ho saputo niente!
Queste parole sgorgavano con tale accento di dolore, che io — ignaro dell'esser suo e dei fieri casi di Don Bussolini, me ne stava ad una commosso e confuso per non sapere, come avrei desiderato, porgere conforto a tanta ambascia.
— Io vo' raccontargli come uno splendido ingegno ed un bel cuore possano perdere miserabilmente un uomo, quando agli studi non abbia conforto e direzione, e gli slanci del cuore ardente, appassionato, non vengano temprati dai consigli dell'amicizia.
Don Bussolini era il più bell'ingegno che io m'abbia conosciuto in vita mia; aggiunga a ciò una perduranza nello studio piuttosto unica che rara, una memoria straordinaria e la più semplice indole del mondo.
Noi stringemmo dolcissimi nodi di fratellevole affetto nel seminario; egli sempre il primo a sciogliere un problema, a trovare il motto, a comprendere coll'acutissima intuizione i passi più difficili, più oscuri dei Greci e dei Latini; e se noi studiavamo per guadagnarci un tozzo di pane o per aprire una carriera all'ambizione, se noi studiavamo quel tanto appunto che era strettamente necessario per essere promossi la fin d'anno, Bussolini studiava invece per dissetare l'ardendissima brama d'istruirsi, di sapere quanto più poteva. Tutta la polverosa biblioteca del seminario di Novara era volume a volume passata fra le mani del giovine curioso, e ancora quando alcuno di noi magnificava quella raccolta di opere, egli sorrideva....
Alfine egli fu crismato sacerdote; pensate che festa! Non v'era tra quegli studiosi un solo che al Bussolini non profetizzasse la più luminosa carriera, poichè quanti dignitari della Chiesa erano venuti nel collegio, tutti aveva fatti stupire con quella strapotente facoltà intellettiva. La parrocchia di Mergozzo era vacante, Bussolini vi fu nominato, e con grande sua gioia, poichè la tranquillità di quella sede, la picciolezza della popolazione e la facilità del ministerio fra gente onesta ed arrendevole, gli promettevano largo campo a' suoi studii. Egli fu accolto da quella popolazione come un fratello ed in breve amato come un padre. Chi non lo avrebbe amato? A trent'anni, nell'età delle passioni, egli non aveva che una cura, un amore, una passione, lo studio. D'altronde la semplicità elegante de' suoi modi, la generosità del suo cuore sapevano cattivarsi la comune stima. Un bel dì, invitato già da lunga pezza a visitarlo nel suo novello eremo, giungo a Mergozzo; m'accoglie colle maggiori dimostrazioni d'affetto.
— Senti, Giuseppe: non ti pare che io sia più giocondo dell'usato? In verità i suoi occhi sfavillavano di tanta luce, che io stetti un istante sopra il pensiero che egli avesse ricevuta la mitra vescovile.
— Ho trovato finalmente, Giuseppe, quella luce, che io andava da tanto tempo cercando... A furia di brancolare fra le tenebre, giunsi alle sfere irraggiate del sole della verità, della poesia.... ed io da tanti anni sentiva mormorare attorno questo nome.... Dante.... questo nome, che è la lingua, la coscienza, il ciclo intellettuale dell'Italia; sentiva, dico, questo nome, che mi suonava all'orecchio come un verbo misterioso senza presentire quanto tesoro io vi avrei scoperto di civile sapienza, d'arte squisitissima? di sublime poesia! Vedi, Giuseppe, io non mi accorsi della vita del mio pensiero, se non quando Dante m'iniziò nei mondi dell'infinito.... Ma la mia ragione fu quasi per vacillare, allora che da ignaro che io era della vera bellezza, mi vidi ad un tratto trasportato sì presso al Verbo, che i miei occhi abbarbagliati da tanto fiume di raggi male reggevano allo spettacolo nuovissimo che mi si schiudeva innanzi. Dante m'insegna a parlare la favella della mia nazione; Dante mi scopre i nemici di Dio e della patria; Dante mi narra con parole di fuoco le ire umane e le giustizie divine, e mi fa piangere con ineffabile dolcezza sui casi di Francesca, della Pia e della Piccarda; Dante è ad una Omero e Colombo, Raffaello e Rossini!