E mi condusse, fra altri parlari consimili, alla sua abitazione. Io pure aveva letto il poema del cantore immortale, ma l'ignoranza della storia dei tempi di mezzo annebbiandomi buona parte di quella stupenda narrazione, faceva sì che io non ne potessi assaporare i pregi più reconditi. Il poeta mi divinizzava: il filosofo m'atterriva.

Quando noi fummo nel suo studialo, egli diè mano ad un grosso zibaldone di carte, su parte delle quali era scritto storia, ed erano commenti storici ai poema; su altre teologia, e chiarivano le astruserie di questa scienza in que' tempi; su altre arte, che parlavano dell'antiche e delle nascenti; lingua, e mostravano le origini latine e provenzali ed il successivo fondersi di buona parte dei vernacoli di tutta Italia, mirabili studi filologici che diceva base ad ogni sapere di filosofia; e su altri manoscritti altre denominazioni che non mi ricorda.

Quindi mostrommi sopra uno scaffale una ventina di edizioni della Divina Commedia commentata dai più rinomati bibliofili, e sopra lo scaffale un'erma del poeta, cinte le tempia da corona di lauro, e sotto l'erma, in lettere d'oro: Onorate l'altissimo poeta!

Così scorse quel giorno. La domane, accomiatandomi, con indefinibile slancio d'affetto, proruppe fra le mie braccia: Beppe, io sono felice!

Comprendete voi, o signore, quanto quella parola dovesse poi suonarmi amara? Felice! Se per essere felice non v'ha che un mezzo solo, dimenticare la terra, pascersi di larve, Bussolini lo era! In quell'istante, o per vago presentimento di sventura, o perchè conoscendo io l'ardenza del carattere dell'amico mio, temessi si lasciasse trasportare dall'entusiasmo oltre i limiti dello studio ragionato, risposi:

— Bussolini, guardati dalle passioni: se tu eccedi nella misura, il disinganno ti sarà atroce, forse mortale!

— Disingannarmi? E come se la mia passione è tutta pel vero, pel bello, per Dio! Ma a che più rimembro questa storia, o signore, a voi cui forse nulla cale dell'amico mio, di me e di queste melanconie? Non v'è uggiosa questa rimembranza? No? Ebbene, quando farete ritorno a' vostri, raccontate ai giovani studiosi di gloria il doloroso racconto.

Parecchi anni lavorò Don Bussolini attorno ad un nuovo commento della Divina Commedia, di cui conosceva omai a menadito ogni fase, ogni allusione, e quando io ritornai a Mergozzo credetti debito d'amico l'eccitarlo a scendere nella lizza della repubblica letteraria, pubblicando l'opera sua. Io fidava che l'ansietà febbrile del successo, gli sdegni per la critica superficiale, la dolcezza della lode, gli eccitamenti a migliori forme, avrebbero di leggieri tratto a più vasta sfera l'ingegno inteso in troppo ristretta cerchia d'azione. La battaglia sarebbe stata la vita per Don Bussolini. S'egli si fosse animosamente gettato da giovinotto fra la turba che di letterarie ciancie assorda il mondo, in quel caos di sistemi e di idee e di parole senza idee, in quel tramestìo di genii e di volgo, le potenze sue intellettive sarebbero sfuggite a quel soverchio concentramento, che invece d'affinare il pensiero colla meditazione, lo svia spesso nell'esagerazione. Avrebbe incontrato l'indifferente sogghigno dell'ignoranza plebea che crolla le spalle alla favella che solleva il pensiero dalla materia a più confortevoli aure; avrebbe forse incontrato l'invidia; sarebbe caduto, e allora, morto il poeta, rinasceva all'altare il sacerdote. O avrebbe vinto o sarebbe stato una gloria di più all'Italia. Invece!!

A' miei eccitamenti rispose che da qualche tempo sentiva crescere nell'anima il bisogno d'espandersi.

Scrisse a diversi librai: risposero i tempi volgere sì nefasti alle lettere, il mondo curarsi sì poco dei libri, che se Dante istesso fosse rinato con un nuovo poema, assai difficilmente avrebbe trovato un editore... Per quanto dura, era verità. Il giornale ammazzò il libro. A chi legge libri poi gli oltremontani ammaniscono un quotidiano pasto di oscenità al massimo buon prezzo. Seppi che Don Bussolini, ignaro di ogni cosa di questo mondo e anzitutto delle miserie di chi vuole lottare contro all'indifferenza e l'avarizia speculativa di certi editori, restò talmente sopraffatto da questa inaspettata rivelazione di cose che non aveva trovato nei libri, che stette molti giorni come uomo trasognato.