Così pensava io dondolandomi attorno ai giardini graziosi e coltissimi, che cerchiano la cittadina verso il promontorio di San Remigio, quando eccomi dinnanzi uno di quei tali, che i Toscani dicono sì incisivamente uomini-colla. Era di Feriolo, ed aveva stretto conoscenza con lui visitando le cave del granito. Vedermi, riconoscermi ed impadronirsi della mia persona fu un istante.
— Che ne dice di Pallanza?
— Molto bene, benchè finora i giardini e le palazzine alla nostrana ed alla svizzera m'abbiano distolto dall'entrare in paese.
— Eh! cosa vuol vedere in paese?
— Le case, le botteghe e chi vende e chi compra, le donne, e se ve ne sono i monumenti.
— L'ha visto quel povero vescovo di pietra nell'acqua, sul porto? Ecco i monumenti.
— Ho capito: Pallanza non è la sua passione. Eppure ho sentito che vi si trova spirito socievole più che altrove, e da quel po' di storia che ho scartabellato parmi che i Pallanzesi, quantunque ora siano annegati nel nugolo dei forensi e degli amministratori politici, abbiano indole fieramente tenace d'amor patrio. Signor mio, dopo d'aver visto i giardini qui attorno, io non mi curo gran fatto di vedere le manifatture, se vi sono, le carceri che vi sono, ed i monumenti che non vi sono. Mi pare però cittadina appropriata a contenere la sede politica del governo del lago; tanto più che, seppure gli operai non lunediggiano, parmi che il commercio non ingombri soverchiamente le vie.
— Mi scusi, signore, ma la è in grande errore.
— Ciò è possibile. Nulla di più facile anche colla migliore volontà del mondo, che il dare giudizi poco retti, quando si viaggia. E dove vorrebbe stabilire questa capitale del lago?
— Senta. Arona ha già troppi intoppi. Ferrovie, telegrafi, poste, dogana, piroscafi e dieci altre confraternite governative. Di Belgirate non parliamo. Con tutti quei fiori, con tutte quelle fate ammaliatrici del bel mondo, Temi non avrebbe la testa a segno; Pallanza è troppo ilare; Intra è troppo chiassona; Cannobio troppo triste; Luino e Laveno....