Ghifa — voghiamo oltre; i signori della villa Morigia non pensano a farmene dono.

Oggebbio — troppo arrampicare troppo scendere.

Luino, graziosissima Luino dai declivi ombrosi! Da Maccagno che se ne sta rincantucciato in seno solitario e queto — Maccagno deve essere stata costrutta da qualche filosofo stoico — alla torre fantastica dell'Agnelli sulla punta di Germignaga, le curve dei tuoi colli sono fra le più vaghe e le più arborate; sicchè dopo la pittoresca Angera, Laveno, e Luino, chi dice tutta la sponda sinistra uggiosa e deserta, mente per la gola con certe guide scritte da chi passò — forse — una volta sul lago...... colla nebbia.

XI. Cannero ed Ettore Fieramosca.

Il seno di Cannero v'invita colla pacatezza dell'onde e colla benigna temperanza dell'aure e col riso della sua primavera precoce; l'albergo dei Tre Re spalanca le porte per accogliervi, se non colla splendidezza dei monarchi orientali, colla spontanea cordialità d'un ospite un po' alla carlona, ma che vi regala — a buon mercato — a mense frugali di quel certo rubino che mette in vena, e che vi farà travedere nell'orizzonte la stella dell'insegna. Ma facciamo punto, chè altrimenti qualche maligno potrebbe sospettare che messer l'oste abbia comprato con uno scotto la lode dello zingaro il quale finora non è in debito con quel galantuomo, e lascia gli annunzi alla quarta pagina delle gazzette. Anche i terrazzi co' limoneti m'invitano a passeggiare fra le loro ombre profumate, ma la villa del

«. . . Cavalier che Italia tutta onora»

mi rapisce al caro villaggio.

La villa di Massimo d'Azeglio non ha nulla di monumentale, nulla di peregrino all'infuori della posizione: costrutta sopra uno scoglio che si protende nelle linfe lacustri, n'è bagnata da tre parti; dalla quarta guarda le ripide chine del monte boscato che sta a ridosso della riva cannerese. Da questa ha dinanzi il basso del lago fin oltre Laveno; da quella vede in primo aspetto i colli di Luino e di Germignaga, e, dietro, suffusi dal cilestrino dell'aria, i monti del Luganese; verso Cannero ne ha in vista le case, i vigneti, e nell'acqua i romantici castelli percossi dall'onda — più in là, oltre lago, la fronzute spalle delle erte dell'Alto-Maccagno, su cui fra cielo e terra biancheggiano boscherecci villaggi.

All'intorno sulla spiaggia non case, nè orti; alberi, castagneti — il sito non poteva scegliersi più rimoto. La palazzina disegnava la stessa mano che coloriva a sì vivi tocchi l'Ettore Fieramosca, e se dessa non va distinta come opera d'arte, nulla manca in essa per rendere meglio agiata e confortevole la dimora. Il capace terrazzo a picco sul lago, innanzi alla Casina, orlato di fiorite pianticelle, con quelle vedute, è la cosa meglio acconcia per l'abile paesista e descrittore che, nella meditazione della natura, studia per l'arte i mutabili toni dell'orizzonte e delle spiagge, i contrasti e le armonie. La temperie del clima, la bellezza e la tranquillità del sito, i piaceri del lago e la solitudine che richiama al pensiero le tante memorie di chi è ad una poeta, pittore, uomo di stato e soldato, lo chiamano sovente a far dimora nel suo eremo.

Il rimproccio che tutti fanno a Massimo d'Azeglio ed al suo maestro Manzoni è di essersi arrestato troppo presto in quell'arringo ove colsero sì gloriosi allori — ed hanno ragione. (Qui, a vero dire, non si sa bene se lo zingaro abbia inteso dire che i due scrittori avessero ragione, od i primi; io, nella mia qualità d'editore, senza cantartene i perchè, do ragione agli ammiratori).