— Ho capito. Vorresti darmi ad intendere, che la laghista, popolana, è tanto amabile e generosa, stretta conoscenza, quanto è ritrosa e selvaggia, a primo incontro.
— In verità, che se non fosse mio lettore le direi, in confidenza, che l'è un pesca granciporri... La laghista sotto ogni aspetto è più cara del laghista. Il sorriso del cielo e del paese le persuadono l'amore. Ma teme l'amore e lo sfugge volentieri... Innamorata è la donna — a quanto mi si disse — più generosa del mondo. Quante volte le grazie femminili temperano la volgarità maschile, qui come dapertutto! Le aggiungerò, signor lettore, che se i laghisti non fossero gelosi come tutti gli altri italiani, io vorrei intonare un inno, a grande orchestra, alle gentili abitatrici delle sponde verbanesi.... Torniamo dunque in buona pace alla Peppina. Se m'avesse risposto a Cannobio:
— Signore, questa barca non m'appartiene; io non avrei passato una settimana lassù. Dopo questa, la bella Peppina partiva per Milano lasciandomi a ricordo una folla di pazze leggende, con cui aveva popolato i castelli di Cannero e i boschi di Maccagno.
Che andava a fare a Milano? A cangiare di scarpe, mi rispose sorridendo. Ad ogni modo la fortuna ti sia propizia!
***
— Compagno mio, voi mi tenete il broncio, e mi pare di non avervene data cagione. Vi compatisco: il pensiero corre qualche volta laggiù fra le mura della vostra città... Voi non mi rispondete? Mi guardate sospettoso... Sotto il saio sgualcito, fantastico dello zingaro, Dio sa chi potrebbe nascondersi, n'è vero? L'abito abbottonato, una mano sulla tasca, un'educata smorfia di noia sulle labbra... La cera ed il silenzio parlano qualche volta con rara eloquenza. Chi sa quanti sotto queste spoglie non avrebbero sospettato un giornalista ricco di speranze e d'appetito in cerca d'associati; un aspirante al Parlamento in giro pel circondario promettendo il ritorno dell'età dell'oro; un commesso di libraio che pretende colla minaccia, o la borsa o la vita, una firma per un'opera mai più vista, a cui posero mano cielo e terra!
— Zingaro, mi pare che voi m'abbiate promesso di guidarmi dal Verbano alla Svizzera per l'Ossola e la cosa va alle calende greche. Sono oramai stanco di asolare. Alla fin fine che m'avete voi fatto vedere? Invero io m'aspettava.....
— Una lanterna magica o un cicerone di piazza?
Se desiderate vedute compratevi delle fotografie. Vorreste forse sapere il nome di tutto ciò che sfila dinanzi agli occhi? Vorrei potervi dire il nome dei signori di questa e di quella villeggiatura; ma per mia disgrazia non oso ficcare il naso oltre il cancello del giardino per aspirare ad aperte narici l'olezzo dei miei carissimi fiori..... Se in quell'istante capita il portinaio, arrossisco come un ladro, tanto più che è difficile che m'inviti ad entrare. Cogli zingari, si è già troppo cortesi quando si lasciano traguardare da un'inferriata. Pensate, se mi capita un grazioso signore, se io con questa maledetta indole oserei dirgli:
— Servitor suo, io sono uno zingaro, ma di quelli che rubano solamente cogli occhi e col naso... mi permetta... scombicchero un libro... farò cenno e lode di lei... Scusi... per mia regola... a che ora pranza? Non voglio disturbarla... — Metterei la mia rispettabile schiena a rischio di farsi gramolare.